—Oh don Omobono! sclamò Teresa. Venite avanti.

V.

Gli spasimi di don Omobono.

Il povero prete metteva paura a vederlo; stava rannicchiato, colla testa sprofondata fra le spalle e tutta nascosta nel cappellaccio, le gambe piegate e le ginocchia che si toccavano. I denti gli battevano come per freddo, e i muscoli della sua faccia erano ad ogni momento travagliati da un contorcimento convulsivo, che gli faceva allargare la bocca in direzione delle orecchie, e avvicinare la punta del naso a quella del mento.

—Che cos'ha, don Omobono? chiese Teresa.

—Niente, niente, balbettò egli. Mi permettete di passare per andare nella mia stanza?

—S'accomodi pure.

Convien sapere che l'ingresso principale della casa, donde avrebbe dovuto passare don Omobono per andare nella sua stanza, era aperto sopra una delle strade principali di Trastevere; mentre invece l'alloggio delle donne, per il quale si poteva passare in quello del prete, aveva un'uscita sul vicolo adiacente.

—Perchè non è passato dalla parte della strada? gli domandò Teresa.

—Perchè, rispose, in questi giorni di pericolo io non mi azzardo a camminare senonchè pei vicoli, e cerco anche di sgambettare presto presto e scivolare rasente i muri, per essere veduto il meno che sia possibile.