Egli mise un grido di terrore.

La coccarda tricolore si mostrava in tutta la sua pompa nel bel mezzo di un'ala, proprio dalla parte meglio esposta agli sguardi di monsignore.

Un fulmine che fosse caduto sulla testa di don Omobono non lo avrebbe ridotto in uno stato di annichilamento simile a quello che lo investì in quel punto.

—Che cosa vedo? esclamò monsignore, alzandosi, raccogliendo il cappello tricornuto, e guardando da vicino il segnacolo della rivolta. La coccarda tricolore! l'emblema dei rivoluzionari! il simbolo della setta! Un ecclesiastico! inalberare il vessillo della ribellione sulla propria testa!

—Eccellenza, diceva don Omobono tutto tremante, eccellenza reverendissima… l'assicuro ch'io non l'ho fatto apposta… che non ci ho proprio colpa, io…

—Va bene! soggiungeva in tuono di minaccia monsignore. Va bene!
Penseremo anche a questo.

Il prete di vettura, giunto al parossismo dello spavento, perdè le forze; scivolò giù dalla sedia, cadde in ginocchio dinanzi al prelato.

—Eccellenza, gridava, creda che non ci ho colpa. Mi usi misericordia.

Monsignore rasserenò la faccia accigliata con un benigno sorriso, e porta la sua mano a baciare a don Omobono, e rialzatolo insieme, con piglio di clemenza:

—Orsù! disse, voglio perdonarvi… non se ne parli più… nessuno saprà nulla… purchè…