Lo scoppio della mina non produsse quell'effetto che il Comitato di
Salute Pubblica erasi ripromesso.
Solo una parte della caserma crollò, e precisamente quella ch'era situata sull'angolo della via Borgo Vecchio, e soli trentaquattro zuavi furono travolti nella rovina. La maggior parte degli zuavi era assente dalla caserma: chè, quando avvenne lo scoppio della mina, nuove compagnie erano già partite alla volta di Porta San Paolo.
Ormai piegavano senza riparo le sorti della rivolta.
I patrioti che accorsero al segnale dello scoppio furono arrestati dalle grosse pattuglie che sbarravano le vie.
Al Campidoglio, a Piazza Colonna, gl'insorti erano sbaragliati.
Solo resisteva ancora la Porta San Paolo. E contro quell'ultimo baluardo della libertà si scagliarono tutte le forze del dispotismo clericale.
Nuove colonne giungevano ogni momento a rinforzare l'attacco di fronte a quell'eroico drappello, che resisteva coll'energia della disperazione.
Solamente alle nove e mezzo della sera le truppe papali giunsero a ricuperare la Porta San Paolo, mentre i suoi difensori si disperdevano, cercando un asilo nelle vigne circostanti.
In quella sera la città presentava da ogni parte un desolante spettacolo: le strade, vuote di cittadini, erano asserragliate dalle truppe accampanti sulle piazze, e percorse da minacciose pattuglie. Intanto i gendarmi e i poliziotti andavano a picchiare alle case chiuse ed oscure, atterravano le porte, invadevano le dimore delle famiglie, strappavano i Romani dalle braccia delle mogli, delle madri, dei figli, per trascinarli nelle prigioni.
Bastava il più lieve sospetto, la più calunniosa delazione per incorrere in quella sorte. L'accusa sola era l'arresto, era il processo, era la condanna. Le spie e i birri stavano padroni della situazione.