—Glielo darò io per voi. Non vi movete di qui. Sarà qui a momenti.
—Chi?
—Non ve l'ho detto? il vetturino, il mio compare. Aspettiamo, non abbiamo che da aspettare. Intanto, così, per non destare sospetti, io vado a finire la mia partita.
E infatti, Giano tornò a sedere al tavolo di prima, e a giuocare tranquillamente.
Un altro uomo entrò nell'osteria, e si avvicinò a Curzio: era Gaetano Tognetti. Anch'esso aveva ricevuto dallo scultore un appuntamento in quel luogo.
Curzio lo prese per mano, e lo condusse al tavolo dove aspettava
Monti.
—Amici, disse allora il giovane artista, la nostra partita per ora è perduta. La ricominceremo forse in breve, ma questa volta abbiamo perduto. In questo momento il trionfo è pei preti e pei loro spioni. Bisogna partire da Roma; per giovar meglio alla causa del suo riscatto, bisogna partire. Tutto è concertato per la mia partenza, ma mi piangeva il cuore di lasciar voi, miei fratelli, nel pericolo, che ad ogni ora che passa pende sui vostri capi. Una persona amica pensò già a provvedermi di passaporto e di danaro. Or bene, io mi sono procurato un foglio di via, che può servire per voi due. Seguitemi, amici miei, e fra poche ore avremo varcato il confine, saremo in salvo.
—Amico mio, ti ringrazio, disse Monti, ma io non posso dividermi dalla mia famiglia: non posso lasciare mia moglie e i miei figli soli, in preda alla vendetta dei preti, la più implacabile delle vendette!
—E tu, Tognetti?
—Io, rispose Tognetti, non posso abbandonare mia madre. La mia fuga scoprirebbe che io ebbi parte nella congiura, e questi cani, non potendomi avere in loro potere, non tarderebbero un istante a vendicarsi sulla povera vecchia, cacciandola in prigione.