I poliziotti spararono alcuni colpi di pistola, che in quella confusione non ferirono alcuno. La stanza si riempì di fumo, e si accrebbe il serra serra, e l'intreccio dei lottanti.
Sola la Sora Rosa in mezzo a quell'immenso schiamazzo se ne stava seduta al suo banco, imperturbabile, con una specie di olimpica serenità.
Fra la nebbia del fumo, e il disordine di quel parapiglia, poteva riuscire ai tre amici di guadagnare la porta, e fuggire. E già divisavano di farlo, e già riusciva loro di mettere il piede sulla soglia, quando la via apparve sbarrata da una compagnia di gendarmi che si avanzava colla bajonetta in canna.
La resistenza non fu più possibile. Monti, Tognetti e Curzio, e i loro difensori dell'osteria furono legati, ammanettati, e trascinati alle Carceri Nove.
XIII.
Il giudice processante e l'avvocato.
Era passato un mese dopo gli avvenimenti narrati nei capitoli precedenti, quando due uomini s'incontrarono nelle anticamere del palazzo Rizzi, e insieme furono introdotti nel salotto della principessa.
L'uno era il giudice processante Marini, vera figura da inquisitore in abito secolare; lungo, scarno, occhi grifagni, naso adunco, bocca che si spalancava in modo spaventoso, dita lunghe, sottili, artigliate. Era qualche cosa di mezzo fra l'uomo e l'avoltojo.
L'altro presentava col primo un marcato contrasto: giovane dalla fisonomia simpatica, dall'occhio trasparente, dalla fronte elevata, pareva l'ideale della franchezza e della lealtà: era il giovane avvocato Leoni.
Quei due personaggi si scambiarono al primo incontro un freddo saluto. Quando furono soli nel salotto, il giudice pareva che volesse scandagliare l'avvocato co' suoi sguardi penetranti; poi gli si avvicinò, e cominciò con accento melifluo: