Si sa che in realtà non accadde tutto in questo modo: che Guido di Lusignano, appena uscito di cattività, venne con meraviglioso ardire a porre l'assedio ad Acri, recentemente tolta ai Cristiani, che ben presto fu raggiunto colà da Filippo di Francia e da Riccardo d'Inghilterra, i quali presero la città in capo a tre mesi, che Filippo se ne ritornò allora nei suoi paesi, mentre Riccardo restò ancora un anno in Siria, facendo a Saladino una guerra in cui rese immortale il suo valore, sebbene non potesse colà compiere alcuno dei disegni che aveva formati, e fosse obbligato a terminare con una tregua poco gloriosa. Fu in quei quindici mesi di contatto quasi quotidiano che i crociati venuti di Francia e d'Inghilterra poterono ricevere la piú viva impressione delle qualità brillanti del loro formidabile avversario. La crociata in se stessa non ha tuttavia lasciato nella tradizione se non assai poco sicuri ricordi. Il piú esatto sembra essere una storiella che deve avere un fondo reale, e della quale è curioso seguire le successive trasformazioni. Originariamente non riflette Saladino, bensì suo fratello Safadin o Seif-Eddin (piú tardi suo successore sotto il nome di Malek-Adel). Durante la liberazione di Jaffé, nell'agosto del 1192, la piú prodigiosa delle geste compiute dal re «au cœur de lion», Riccardo, giunto in tutta fretta per mare, aveva appena trovato dei cavalli per lui e per qualcuno dei suoi (v. piú innanzi), e non avrebbe potuto surrogare il suo quando l'avesse perduto. Safadin, che da lungo tempo era in amichevoli relazioni con lui, vedendolo combattere a piedi, gli mandò cortesemente due cavalli: tale è il racconto d'Ambrogio, che sembra perfettamente autentico,[118] Le diverse redazioni del Livre de la Terre-Sainte[119] ce ne mostrano i successivi svolgimenti. La prima (H, p. 197) non aggiunge che un tratto inesatto, cioè che Riccardo avrebbe dato uno dei due cavalli a Guglielmo di Préaux: Guglielmo era allora prigioniero; inoltre attribuisce a Saladino l'iniziativa di questa cortesia. La seconda[120] amplifica ed altera questo semplice racconto: «Seifeddin... demanda ou estoit le roi; l'on li mostra ou il estoit aveques ses homes sor un toron. Il s'entremist de bien et d'onor, si li envoia un cheval tirant,[121] qui estoit moût mesaisiés a la bouche, par un sien memeloc, et il encharja qu'il deïst au rei que nen esteit mie avenant chose que rei se combatist... a pié. Le rei, qui fu aparcevans de la malice des Sarasins, s'aparçut que le cheval estoit mesaisé, si dist au message qu'il galopast le cheval; ensi come il le galopeit, il le conut qu'il estoit tirant, si li dist: Mercie ton seignor, et li meine son cheval, et li di que ce n'est mie l'amor qui entre lui et moi estoit qu'il me mande cheval tirant por moi prendre. Le memeloc s'en torna et mena le a son seignor, et li dist qu'il s'estoit apercells qu' il estoit tirant. Seifeddin fu hontous, et comanda que l'on li menast un autre plus aaisié[122] que celui, et celui meismes [mena] le memeloc qu'i[l] li aveit premierement amené.[123] Le rei comanda au ferrot[124] que il li traisist les gisans et les eschaillons,[125] et tantost com il l'ot comandé il fu fait; e com hom li ot trait il li fist metre un frain et fist monter sus. Le cheval fu alores bien aaisié; le rei monta sus et fist mout d'armes». Se qui v'è malizia, è da imputarsi tutta intera al «memeloc».[126] Nella terza versione, che è quella del manoscritto in cui si trova il nome d'Ernoul, Saladino, che sostituisce interamente Safadin, può almeno sembrare colpevole d'aver nascosto un tradimento sotto la sua apparente generosità. «Va, dist il a un de ses serjanz, ensele un cheval et si li maine; si li di que jou li envoi; qu'il n'afiert pas a si haut home come il est qu'il soit a pié a tel lieu... Li serjanz fist le comandement Salehadin et si mena le cheval au roi d'Engleterre et fist son message. Et li rois l'en mercia, mais ne monta pas sus, ains fist monter un sien serjant et fist poindre devant lui. Quant li serjant ot point le cheval et il cuida retorner, ce ne fust ja mais, ainz l'en porta li chevaus, quel gré qu'il en eüst, en l'ost as Sarasins. Et Salehadins fu mout honteus de ce que li chevaus estoit retornés; si en fist un autre apareillier, et li renvoia».[127] Il tradimento è del tutto sicuro nella LXXVI delle Cento novelle antiche.[128] Il cavallo è inviato per condurre quello che lo monta nella tenda di Saladino; fortunatamente Riccardo vi fa montare uno scudiero, e l'astuzia del soldano è in tal modo rivelata e sventata a sua volta.[129] Nel poema del sec. XIV spesso citato, questa storia ha un seguito: il buon cavaliere Antonio, che Morello, il cavallo mandato da Saladino a Riccardo, gli ha ricondotto, acquista l'amicizia del soldano, è da lui fatto governatore di Saietta e piú tardi vi sostiene un assedio contro di lui per difendere Chauvigni e Guglielmo des Barres, da lui perseguitati.[130] — Finalmente nel poema inglese sopra Riccardo Cuor di Leone, che, almeno per questa parte, è tradotto dal francese, la storia è del tutto fantastica. Accade davanti a Babilonia, la quale è assediata da Riccardo. Saladino gli manda in dono un magnifico cavallo, migliore ancora del famoso Fauvel di Cipro, cavalcato abitualmente da Riccardo;[131] però è invasato dal diavolo, e di piú, quando sua madre, cavalcata da Saladino, nitrisce, esso accorre, le s'inginocchia davanti e la poppa. Un angelo previene Riccardo del tranello che gli è teso: Riccardo esorcizza dapprima il cavallo e ne caccia il diavolo, poi gli tura le orecchie con cera, in modo che nella battaglia, sordo ai nitriti della madre, la abbatte, e i Saraceni sono completamente sconfitti. Si vede che qui l'immaginazione dei narratori non ha per lungo tempo ammesso nel nemico giurato dei Cristiani un atto di cortesia leale e disinteressata.
Il solo fatto d'armi che si riannodi col nome di Saladino e che gli abbia per lungo tempo conservata una popolarità tuttavia mediocremente gloriosa, ha nella storia un punto d'appoggio abbastanza incerto. In molte «salles» di castelli, si dipingeva nel secolo XIII ciò che si chiamava il Pas Salhadin: questa pittura rappresentava dodici, talvolta tredici cavalieri, sorveglianti una gola di monti, che si sforzava di passare un immenso esercito saraceno comandato da Saladino; però di esso non si vedeva certamente che qualche combattente, già arrestato dai corpi ammucchiati di coloro che l'avevano preceduto. In qualcuna di queste pitture si vedeva il re Filippo, il quale, senza prender parte al combattimento, ne dava il segnale, lo dirigeva da lungi e, dopo il successo, si rallegrava coi vincitori; in altre, probabilmente in quelle che non erano state eseguite nella Francia propriamente detta, il re Filippo non era rappresentato in alcun modo. Tra i combattenti, Riccardo aveva una parte piú o meno preponderante. In tutte queste pitture, a quanto pare, si vedeva, arrampicato sopra una roccia che chiudeva la gola, uno spione che osservava i guerrieri cristiani per riferire i nomi di essi a Saladino, posto dall'altro lato della montagna: questi nomi, che variavano nelle diverse pitture, erano però scritti a fianco di ciascuno di essi, e il nome dello spione, Tornevent o Espiet, figurava egualmente vicino alla sua testa.[132] È probabile che queste pitture avessero un punto di partenza molto antico e in origine avessero rappresentato, forse sotto l'ispirazione dello stesso Riccardo, quella stessa giornata, in cui, dopo d'avere quasi miracolosamente riacquistato Jaffe, era riuscito, con un piccolissimo numero d'uomini, a far rinculare tutto l'esercito mussulmano e obbligato Saladino alla ritirata.[133] I nomi dei dieci compagni di Riccardo, di quei dieci i quali, soli con lui, avevano potuto procurarsi dei cavalli, erano subito divenuti celebri: Ambrogio li rammenta nei suoi versi e Riccardo de la Sainte-Trinité li inserisce nella sua traduzione.[134] Naturalmente, secondo la formula tradizionale, questi undici compagni si cambiarono abbastanza presto in dodici o in tredici (dodici piú Riccardo); e i nomi reali dei combattenti del 5 agosto 1192 furono ben presto sostituiti da altri piú conosciuti o che introdusse l'amor proprio di famiglia o del paese. Già le Chroniques de Flandres, citate molto a proposito dall'editore del Pas Salhadin,[135] dànno a Riccardo, nella sua spedizione di Jaffe, undici compagni, uno solo dei quali, Andrea di Chauvigni, assisteva realmente al combattimento; gli altri dieci sono: Gauthier (l. Gauchier) di Châtillon, il conte di Clèves, Guido di Montfort, «il conte d'Oste in Germania», il barone d'Estanfort, il conte di Lembourg, Walleran di Luxembourg, Droon di Merlo, Guglielmo des Barres e Guglielmo Longue-Épée. La prova che la leggenda del Pas Salhadin ha per origine l'eroico combattimento di Jaffe, è che troviamo nelle due versioni di essa che ci sono pervenute il maggior numero di questi nomi: ambedue citano, come le Chroniques de Flandres, Guglielmo des Barres, Guglielmo Longue-Épée, il duca di Lembourg, Gauthier de Châtillon, il conte di Montfort e il conte di Clèves; hanno in comune contro le Chroniques il conte di Fiandra[136] e Huon de Florines e ignorano in comune il barone d'Estanfort e Droon di Merlo. La prima, sola, ha in comune con le Chroniques il conte d'Oste (chiamato d'Ostinale e d'Hostermale), e di suo Jofroi di Lusignano e Renaud (Renard) di Boulogne; la seconda ha in comune con le Chroniques Andrea de Chauvigni[137] e il duca di Luxembourg; ha di suo il conte di Joigni. Di questi personaggi, nessuno, salvo Andrea di Chauvigni, assisteva Riccardo nel combattimento di Jaffe; parecchi non presero neanche parte alla crociata, o vissero piú tardi. Si noterà in queste tre liste il predominio, del tutto contrario alla verità, dato all'elemento francese e fiammingo: a quanto sembra, la tradizione s'era sparsa, sotto la sua forma pittorica, soprattutto nel nord-est della Francia, e l'azione di Riccardo e dei suoi veri compagni vi s'era sempre piú dimenticata. Quanto alla scena in se stessa, si può supporre che un particolare di paesaggio[138] facesse credere assai per tempo che l'impresa dei Crociati fosse consistita nel difendere, dodici (o tredici) solamente, contro Saladino, un pas o una gola in una montagna: di qui il nome di Pas Salhadin dato a quest'impresa ed alla sua rappresentazione.
L'uso di dipingere nei castelli il Pas Salhadin ci è attestato nel poemetto che porta questo nome, e che deve risalire alla fine del secolo XIII.[139] Comincia cosí:
Del recorder est grans solas
De cheaus qui garderent le pas
Contre le roy Salehadin,
Des douze princes palasin
Qui tant furent de grant renon:
En mainte sale les point on
Pour mieus veoir leur contenance;