Et li marcis de Ponferan,
(Et) D'Escalone Pieres Liban,
Après li sires de Baru
Et de Sa[e]te quens Poru.
Cilz cink firent la traïson
Et vendirent le roi Guion
A Salhadin......[112]
Noi abbiamo qui l'eco sfigurata dalla tradizione che si formò tra i partigiani di Guido di Lusignano.[113] Dopo la sconfitta, quando Guido prigioniero confessa piangendo a Saladino ch'egli ha ben meritata la sua sorte, l'altro, secondo il racconto del Ménestrel, gli dichiara che non è responsabile del disastro, gli rivela il tradimento, e lo rimette generosamente in libertà.
Nel grande romanzo in versi del secolo XIV del quale abbiamo parlato tante volte, e che è qui ancora rappresentato dal Jean d'Avesnes in prosa, la rovina del regno di Gerusalemme è narrata in un modo che non ha quasi nulla di comune con la storia. Non si tratta piú di Guido di Lusignano, e neanche dei suoi predecessori immediati. La catastrofe accade sotto il regno di Baldovino di Sebourc, secondo successore di Goffredo.[114] Saladino, divenuto padrone di Damasco, dell'Egitto e poco dopo della Persia, assale i Cristiani di Terra Santa. In una prima battaglia, sui «plains des fontaines de Saphire»,[115] il re Baldovino è preso, ma Saladino lo rimette in libertà. Ben presto, il soldano marcia su Gerusalemme, e davanti alle mura di questa città si dà la grande e decisiva battaglia: Baldovino di Sebourc è ucciso, e cosí pure il bastardo di Bouillon, figlio di Baldovino I. Saladino fa dovunque miracoli di valore: «car il estoit puissant de corps et de si hault courage que... nul ne l'osoit regarder en fait d'armes, et partout ou il aloit les chrestiens se coatissoient et l'oeil n'osoient haulcier devant luy». Non mostra una generosità meno grande; la spinge al punto da suscitare un giusto scandalo tra i suoi e, a dire la verità, sino alla stravaganza: avendo preso Giovanni di Pontieu, nel quale riconosce suo zio, lo autorizza a ritornare a combattere a fianco dei due soli campioni cristiani sopravvissuti, e a compiere con essi una terribile carneficina dei Saraceni. Tuttavia finisce col farlo prigioniero sulla sua parola, allo stesso modo di Huon Dodekin o di Tabarie.
La presa di Gerusalemme, senza colpo ferire, e l'umanità della quale Saladino fa prova verso gli abitanti non differiscono molto nella storia e nel nostro romanzo. In questo si passa in seguito all'assedio di Sur, dove il glorioso nome di Corrado di Monferrato è cambiato in quello di Bonifazio, conservandosi però, per un singolar caso, il nome del valente Guglielmo de la Chapelle, che del resto non ci è stato trasmesso che dal poema contemporaneo d'Ambrogio.[116] Narra tuttavia che Saladino, dinanzi all'indomabile resistenza del marchese di Monferrato, sospende l'assedio della città, ma a torto aggiunge che in un secondo assalto la fortezza fosse obbligata ad arrendersi. Lascio da parte la menzione delle altre città conquistate allora da Saladino,[117] il quale, secondo il nostro romanziere, visse in seguito per dieci anni in una pace profonda, durante la quale preparò il viaggio che meditava nel paese dei Cristiani.