Firenze — Tip. G. Carnesecchi e Figli.
LA LEGGENDA DI SALADINO
Il giovine erudito italiano, che ha pubblicato il breve studio del quale abbiamo letto il titolo,[1] non considera il suo se non come un saggio provvisorio e preparatorio; avrebbe in animo di riprenderlo piú tardi per allargarlo e domanda che sia aiutato per compierlo e renderlo piú esatto. Corrispondo a questo suo desiderio comunicando qui alcune note prese, almeno in parte, da molto tempo, su quella che si è potuta chiamare la leggenda di Saladino, occupandomi specialmente della parte francese del soggetto, sul quale il Fioravanti confessa di avere in ispecial modo poche notizie.[2]
Sono ben lieto di venire in aiuto, per parte mia, ad un lavoratore coscienzioso e modesto; d'altronde, l'oggetto delle sue ricerche è per sé stesso, se non di capitale importanza, almeno abbastanza curioso, perché piaccia di contribuire a farlo conoscer bene; infine, facendo ciò, si toccano punti ancora poco chiari della nostra antica storia letteraria, sui quali esso fornisce l'occasione di spendere un po' di tempo. Presenterò queste note nell'ordine col quale le avevo altra volta classificate, e che non è sempre quello del Fioravanti; mi riferirò al suo lavoro per tutto ciò che vi si trova già sufficientemente chiarito.
I
I racconti dei cristiani su quello, che fu il piú terribile loro avversario e il distruttore del regno di Gerusalemme, gli sono, in generale, in tutto favorevoli; dirò piú tardi qualcosa intorno alle cause di questo fenomeno, in apparenza abbastanza sorprendente. Però bisogna notare che alcuni di questi racconti, e precisamente il piú antico, hanno al contrario uno spiccato carattere di malevolenza che apparisce, in modo naturalissimo, dal dispetto e la umiliazione che le strepitose vittorie del sultano kurdo cagionarono ai vinti, e soprattutto ai cristiani stabiliti in Siria, e da lui cacciati dai loro possessi. Infatti, presso di loro si formò indubbiamente una leggenda ostile, relativa ai suoi primi anni, che noi vediamo diffondersi in Occidente al momento stesso dei suoi piú splendidi successi. Dapprima essa, sotto la forma piú virulenta, ci appare in un curioso poema latino, sin qui inedito e appena segnalato,[3] che non è giunto intero sino a noi, e che deve essere stato composto nel 1187, poco prima della presa di Gerusalemme.
Saladino, di condizione servile, s'introduce nella corte di Norandino, diviene l'amante della moglie, per mezzo della quale ottiene il favore del sultano. A Babilonia (cioè al Cairo) uccide perfidamente un giudice integerrimo alla stessa tavola alla quale colui l'aveva ammesso; penetra con l'astuzia, non potendo entrare con la forza, nella città dove risiede l'amulanus,[4] l'assassina, e s'impadronisce dei suoi tesori che distribuisce tra i complici. In seguito, fa avvelenare Norandino e pone a morte l'unico suo figlio, dopo di che sposa la vedova, riuscendo cosí a diventar padrone di sette reami: è allora che ha l'audacia di combattere i cristiani. Questo quadro con tinte cosí fosche è stato tracciato in Occidente sopra racconti venuti dall'Oriente; le linee vi sono singolarmente esagerate. L'assassinio del giudice del Cairo e quello dell'amulanus corrispondono all'esecuzione del vizir Chaver e all'omicidio del califfo d'Egitto El-Aded, che non senza ragione sembra imputato a Saladino.[5] Il matrimonio di Saladino con la vedova di Norandino è narrato da storici serî, ma il nostro poema è il solo a dire che anteriormente esistessero tra loro relazioni di adulterio. Saladino spodestò il figlio di Norandino, ma non lo mise a morte, e non è mai stato accusato d'avere avvelenato il sultano stesso. Egli non era di condizione servile, dacché era nipote di Siracon o Chirkon, generalissimo di Norandino, e suo padre Ayoub occupava presso quest'ultimo un alto posto.
Minori infrazioni alla verità troviamo nel passo, senza dubbio d'origine palestiniana, che Riccardo, canonico della Santa Trinità di Londra, inserí, circa l'anno 1200, nell'introduzione aggiunta alla sua traduzione del poema francese d'Ambrogio sulla terza crociata.[6] Qui Saladino è di nascita equivoca, ma ha per zio Siracon, il comandante dell'armata che s'impadronisce dell'Egitto per conto di Norandino: uccide a tradimento Savarius (Chaver) e il mulanus, poi, essendo morto Norandino, ne sposa la vedova e caccia via i figli. La favola non si riannoda qui che ai primi atti del futuro sultano, il quale, innalzato ad alte cariche da Norandino, non avrebbe tuttavia esercitate prima altre funzioni da quelle di padrone delle cortigiane di Damasco; distribuisce agli «istrioni» il danaro che ricava da loro, rendendosi cosí popolare, ciò che dà occasione a Riccardo di abbandonarsi ad enfatiche proteste contro i capricci della fortuna, la quale mette un leno sul trono dei re.[7]
A fronte di questi riassunti trova posto un racconto piú particolareggiato, che risale certamente anche ai detti dei cristiani di Siria, e che si trova tanto nell'ultimo rifacimento della canzone di Jérusalem, (ms. B. N. fr. 12659) quanto nella compilazione conosciuta col nome di Chronique d'Ernoul, della quale però una piccola parte può risalire a Ernoul, scudiere di Balian d'Ibelin. Il Pigeonneau[8] crede che questo racconto sia passato al poema dalla cronaca, ma esso varia troppo dall'una all'altra, perché si possa ammettere questa opinione. Nella cronaca (p. 35 e seg.), Saladino è il nipote di un ricco prevosto di Damasco (evidentemente Chirkou); avendo guerreggiato in Egitto contro la mulaine e il suo alleato, il re Amauri di Gerusalemme, è stato fatto prigioniero; suo zio, il sapiente «largo e cortese», lo riscatta dopo la morte d'Amauri, e lo conduce in Egitto, dove riprende la guerra contro la mulaine, che ben presto assediano al Cairo. Lo zio muore e Saladino rimane capo dell'esercito; disperando di prendere la città con la forza, ricorre all'astuzia: fa dire a la mulaine che verrà a chiedergli pace «comme asnes, la somme sor le dos, por torser et por chargier sor lui quankes il lui plairoit». Si presenta infatti e s'avanza su quattro zampe, un basto sul dorso, sino al trono di la mulaine; però quando deve baciargli il piede, cava fuori un coltello, che teneva nascosto, e colpisce la mulaine al cuore; la gente che l'accompagna fa altrettanto attorno a sé e Saladino è padrone del castello. Alla porta di questo castello c'erano sempre due cavalli sellati e brigliati che attendevano un cavaliere; secondo un'antica profezia, doveva un giorno venire un uomo «qui avroit nom Ali, et monteroit sor ces chevaus, et seroit sire de tote paienie et d'une partie de crestienté»; Saladino «monta sor les chevaus qui atendoient Ali, et aloit criant par la cité qu'il estoit Ali, qui venus estoit a cheval». In tal modo s'impadronisce dell'Egitto. Più tardi, essendo morto Norandino, Saladino ne sposa la vedova e diventa padrone del suo impero.[9] La stessa storia si rinviene, però con differenze abbastanza grandi, nel poema: qui Saladino è l'erede legittimo del re d'Alessandria Eufradin; è stato spogliato e bandito da suo zio Alfadin, ma piú tardi, con l'aiuto di suo fratello Safadin, ricupera il reame e uccide lo zio. In seguito uccide la mulaine d'Egitto, presso a poco come nella cronaca, e monta sul cavallo predestinato (qui non ve n'è che un solo), dopo averlo stordito gridando Alis (il rimatore non sembra comprendere il senso di questo grido); in seguito conquista parecchi reami; di Norandino non v'è cenno (ms. 12159, fol. 357).