Questo travestimento degli esordi del glorioso sultano, ricomparisce in un'opera assai posteriore e della quale bisogna dire qualche parola, perché nella storia letteraria non è stato ad essa dato il posto che deve avere. Si tratta del romanzo di Jean d'Avesnes, che ci hanno conservato due manoscritti, uno dell'Arsenale, scritto verso il 1460, e di cui lo Chabaille ha pubblicato un'analisi e numerosi estratti (Abbeville, verso il 1845, picc. in-8º), l'altro della Biblioteca Nazionale (fr. 12572,) sino ad ora non indicato. Quest'opera si compone di tre parti ben distinte. La prima parte (Chabaille, p. 17-46) è un piccolo romanzo, che sembra appartenere tutto intero al secolo XV e che a noi non interessa. La seconda (p. 46-63) è la storia piú antica della figlia del conte di Pontieu, di cui parleremo piú tardi. La terza (p. 63-89) è semplicemente il rifacimento in prosa di una parte, perduta nella sua forma originale, d'un immenso poema del quale non si sono conservati in versi che due frammenti, se tali possono chiamarsi due brani, di cui il primo conta piú di 35,000 versi e il secondo piú di 34,000. Questo poema, composto nel nord-est della Francia, senza dubbio poco dopo il 1350,[10] doveva comprendere un'intera storia delle crociate (in gran parte, ben inteso, romanzesca), cui sembra essersi riannodato, bene o male, un racconto delle guerre di Filippo il Bello contro i Fiamminghi. La prima parte è stata pubblicata dal Reiffenberg e dal Borgnet, sotto il titolo di Le chevalier au Cygne et Godefroid de Bouillon; s'arresta al punto in cui Baldovino di Gerusalemme, fratello e successore di Goffredo, parte per una favolosa spedizione contro la Mecca. Dopo una lacuna, della quale non conosciamo l'estensione, comincia la seconda parte conservata, pubblicata dal Boca e dallo Scheler sotto il titolo di Baudouin de Sebourc e di Bastart de Bouillon. Un altro «ramo» forma il terzo libro di Jean d'Avesnes; un altro ancora costituisce il fondo del romanzo di Baudouin de Flandres; essi non esistono che in prosa, salvo alcuni versi dell'ultima, che per caso ci sono stati conservati.[11]

Ad un poema del secolo XIV dobbiamo dunque riferirci per il racconto che Jean d'Avesnes ci dà dei primi successi di Saladino. Questo racconto è stato completamente omesso dallo Chabaille; si legge nei fogli 164 e seguenti del ms. 12572; diciamo solamente che si riannoda tanto a quello della Chronique d'Ernoul quanto a quello della chanson.[12] Vi si aggiunge un passo che io non ho rinvenuto altrove: davanti la porta del palazzo di la mulaine si trovava una «scalinata» fatta d'un solo smeraldo; Saladino la fece fare in pezzi e distribuire ai suoi compagni, e di là provengono tutti gli smeraldi oggidí sparsi nel mondo.

II

Eccezion fatta di questi, la cui tendenza è visibilmente ostile, tutti gli altri racconti leggendarî su Saladino gli sono favorevoli. Alcuni si contentano di celebrare le sue virtú, altri si sforzano di ravvicinarlo ai Cristiani, attribuendogli una disposizione, piú o meno seguita in pratica, a riconoscere e a professare la fede de' Cristiani. Questi due generi di racconti si trovano naturalmente assai spesso mescolati, e noi parleremo ad un tempo tanto degli uni quanto degli altri.

Dapprima si volle che Saladino, ammirando l'istituzione cristiana della cavalleria, si fosse fatto egli stesso armare cavaliere. Già Riccardo della Santa Trinità, in mezzo al racconto cosí poco benevolo che ho riassunto piú innanzi, nota incidentalmente (I, 31): Processu temporis, cum jam aetas robustior officium militare deposceret, ad Enfridum de Turone, illustrem Palaestinae principem, paludandus accessit et Francorum ritu cingulum militare ab ipso suscepit. Onofrio di Toron, conestabile dei regno di Gerusalemme, era infatti uno dei piú rinomati principi del suo tempo. Fu signore di Crac di Montréal dal 1169 al 1172, ed è assai probabile che anche a lui si riferisca il racconto della Chronique d'Ernoul, secondo il quale Saladino, prigioniero in quel castello e riscattato da suo zio (v. piú sopra), domandò «an seigneur dou castel que il le fesist chevalier a la françoise, et il si fist» (Chr. d'Ernoul, p. 36). Questa coincidenza dei due racconti, d'altra parte indipendenti, non ci esime dal farci credere che possano contenere qualche fondo di verità, e che Saladino si facesse, se non armare cavaliere, almeno istruire nelle cerimonie e negli obblighi della cavalleria da Onofrio di Toron. Tuttavia non ad Onofrio di Toron, ma ad Ugo di Tabaria, principe di Galilea, la tradizione volgare attribuí piú tardi l'onore di aver conferito la cavalleria a Saladino, non quando egli era appena un oscuro emiro, ma quando si trovava all'apogeo della potenza e della gloria.[13] Ugo di Tabarie, uno dei primi personaggi del regno di Gerusalemme, fu fatto prigioniero nel 1178 da Saladino, e piú tardi posto in libertà;[14] nel 1187, la disastrosa battaglia di Hattin o di Tabarie ebbe luogo quasi sul suo territorio, ma egli fuggí insieme con i tre suoi fratelli; si segnalò piú d'una volta nelle guerre degli anni seguenti, e morí dopo il 1204. Alla battaglia del 1178, in cui era stato fatto prigioniero, si riannoda la leggenda che gli diè la parte da prima attribuita ad Onofrio di Toron. Questa leggenda cosí fissata sul suo nome ci è pervenuta: 1º in un piccolo poema del XIII secolo piú volte pubblicato;[15] 2º in una redazione in prosa che offre qualche variante e che è stampata incompletamente;[16] 3º da questa redazione in prosa, nella terza parte di Jean d'Avesnes;[17] 4º in una redazione italiana che fa parte delle Cento novelle antiche;[18] 5º in una versione neerlandese;[19] 6º in una imitazione inserita nel secolo XIV da Bosone da Gubbio nel suo romanzo l'Avventuroso Ciciliano, in cui la storiella è attribuita a un soldano di Babilonia anonimo e a un cavaliere chiamato messer Ulivo di Fontana.[20] Nel poema si è voluto vedere, in modo assai strano, l'opera dello stesso Ugo di Tabaria:[21] è detto sin dal principio che si tratta di un re saraceno che viveva «jadis». L'Ordre de chevalerie ha del resto per iscopo principale di esaltare la cavalleria e di insegnare le virtú che devono segnalarla; l'aneddoto dell'armar cavaliere Saladino non serve che di pretesto per la narrazione dell'autore. Costui aveva attinto a una tradizione popolare preesistente,[22] da cui ha altresí tolto a prestito il racconto della generosità di Saladino verso lo stesso Ugo di Tabaria: gli accorda la libertà di dieci prigionieri cristiani a sua scelta, ma gl'impone una tassa di centomila bisanti, obbligandolo a fare, per riunire questa somma enorme, una colletta tra i «prud'hommes», lasciandogli, sulla parola, un anno di libertà condizionale. Ugo non ne ha bisogno: prende il sultano in parola, e ne ottiene cinquantamila bisanti, e gli emiri, ai quali si rivolge in seguito, glie ne promettono tredicimila piú di quanti gli bisognano. Saladino gli anticipa questi tredicimila bisanti, dando cosí una prova meravigliosa della sua «largesse».

La generosità era, come è noto, considerata nel Medio Evo, almeno tra i poeti e per motivi facili a comprendersi, come la virtú per eccellenza dei principi,[23] infatti, quella che si attribuisce, e non senza ragione, a Saladino, lo rese celebre quasi come, per la stessa ragione, era Alessandro.[24] Dante esclama nel Convivio (IV, 11): «E chi non ha ancora nel cuore Alessandro per li suoi reali beneficii? Chi non ha ancora il buon re di Castella, o il Saladino...?». Ed è assai probabile che per questa considerazione, egli, nel Limbo, in mezzo agli eroi dell'antichità risparmiati dal vero inferno, abbia dato posto a Saladino, il solo dei mussulmani.

E solo in parte vidi il Saladino.

(Inf., IV, 129).

Questa «largesse» di Saladino è argomento di piú d'un racconto. Abbiamo già veduta la storia del «perron» di smeraldo e quella del riscatto di Ugo di Tabaria; ve ne sono anche altre. Secondo il Ménestrel de Reims, egli rimanda assai liberalmente il re Guido di Lusignano, fatto prigioniero in quella grande battaglia di Tabaria, da cui fu prodotta la rovina del regno di Gerusalemme.[25] A un altro prigioniero francese, cui aveva posto affezione e che vedeva rimpiangere la sua famiglia e il suo paese, aveva accordato, secondo una delle Novelle antiche,[26] un dono di 200 marchi. Il tesoriere incaricato di stendere l'ordine di pagamento scrisse per errore 300; volle correggere, ma Saladino guardandolo: «Metti 400, gli disse, non sarà detto che la tua penna sarà stata piú liberale di me».[27] Un aneddoto simile è riferito, come si sa, a un signore d'Anglure. Secondo Jean le Long, cronista del sec. XIV, il sultano vicino a morire fece venire questo signore, che era suo prigioniero, e gli chiese come un onore di portare le sue armi (insignia) e di adottare il suo grido di guerra (Damasc!), mediante le quali cose lo libererebbe con altri prigionieri; il cavaliere accettò, ricevette la libertà, e mantenne la parola.[28] Secondo un altro racconto, il signore d'Anglure, posto in libertà provvisoria per raccogliere il prezzo del suo riscatto, sarebbe ritornato a costituirsi prigioniero, non avendo potuto riuscirvi, e Saladino, commosso per la sua magnanimità, l'avrebbe reso libero alle stesse condizioni; è perciò che i signori d'Anglure si chiamarono piú tardi Saladin, e adottarono il grido e le armi del sultano.[29] Questa generosità spicca altresí in un grazioso aneddoto che il Ménestrel de Reims pone in bocca ad un prigioniero saraceno che sarebbe stato lo stesso zio del sultano. Saladino aveva inteso vantare assai la carità dell'ospedale di S. Giovanni d'Acri. Giammai si diceva, un malato si è visto rifiutare ciò che desiderava. Per assicurarsene si travestí da pellegrino e si fece ricevere come malato nel celebre ospedale. Per tre giorni rifiuta ogni nutrimento; per le preghiere del «maître des malades», dapprima dichiara che non mangerà a meno che possa ottenere una cosa che non può avere, «que ce est forsenerie a penser et a vouloir». Infine, dopo che gli è stato assicurato che «onques malades qui çaienz fu ne failli a son désir, se on le pot avoir pour or ne pour argent», egli confessa la sua cupidigia: «Je demant le pié destre devant de Morel le bon cheval au grant maistre de çaienz, et vuel que je li voie couper devant moi presentment, ou se ce non ja mais ne mangerai». Il «grand maître», saputa questa fantasia, ne è assai turbato, ma del resto: «Mieuz vaut, dice, que mes chevaus muire que uns hons, et d'autre part il nous seroit reprouvé a touz jourz mais». Si conduce quindi il cavallo davanti al pellegrino: vien legato, e già un valletto alza l'ascia per tagliargli il piede, quando Saladino esclama: «Tien coi! ma voulentez est assevie, et mes desiriers tornez en autre viande: je vueil mangier char de mouton». In ricompensa, manda piú tardi all'ospedale d'Acri una carta nella quale fa dono di mille bisanti l'anno tolti sulle sue «rentes de Babiloine», e «d'enqui en avant furent paié le mil besant chascun an au jour de la Saint Jehan». Qui la munificenza saracena è vinta dalla carità cristiana.[30]

Questa storiella ci indica una di quelle visite presso i Cristiani che si attribuirono assai per tempo a Saladino e che sono specialmente destinate a mettere in confronto le due religioni. Se ne trova un esempio piú antico in uno dei rifacimenti del poema di Jérusalem.[31] Durante una tregua con i Cristiani, Saladino viene a Gerusalemme, ancora posseduta da costoro, e assiste alle cerimonie del loro culto: le giudica tutte molto belle, salvo una, che gli sembra abusiva e ridicola, il costume dell'offerta fatta dai fedeli al clero. Qui non vi è se non una malizia abbastanza inoffensiva, ma sembra che si sia divulgata assai per tempo una storiella di carattere piú grave, secondo la quale Saladino, disposto ad abbracciare la vera religione, ne sarebbe stato distolto dallo spettacolo dei costumi dei preti, e particolarmente dei prelati, quando gli fosse stato prescritto di osservarli. Lo racconta almeno Gilles de Corbeil nel suo poema ancora inedito e intitolato Jerapigra ad purgandos prelatos, composto verso l'anno 1215.