La prima spedizione organizzata dal Raleigh ma condotta da altri ebbe luogo nel 1584 senz'altro risultato che quello di prender nominalmente possesso d'una parte della costa già detta dai Francesi Carolina, regione chiamata ora Virginia in onore della vergine regina innamorata del paese dalla descrizione fattale. L'anno dopo partiva sotto il comando del Grenville una nuova spedizione di 7 navi con 108 coloni, i quali ben presto sgomenti dei disagi sopportati abbandonavano la colonia, non senza però aver gettato il primo germe della lotta tra indigeni e bianchi col dare alle fiamme un villaggio di Indiani, rei d'avere rubata una tazza d'argento. A guardia del possesso inglese rimanevano nell'isola Roanoke una quindicina di uomini, ma di costoro non ritrovava che le ossa una terza spedizione, condotta dal White nel 1587, la quale abortiva completamente essa pure per mancanza d'aiuti dalla madre patria, spedizione famosa soltanto per aver dato al suolo nordamericano il primo oriundo inglese nella nipote del governatore Dare, denominata appunto Virginia. L'Inghilterra era allora impegnata in una lotta per la vita contro l'invincibile armata, e d'altra parte il Raleigh aveva esaurito tutto il suo patrimonio in questi tentativi coloniali costatigli un 40000 sterline, senz'altro risultato diretto che quello di introdurre in patria le patate ed il tabacco. Animato però sempre dallo stesso entusiasmo, egli riusciva a costituire una compagnia coloniale per venire in aiuto della Virginia; ma all'arrivo della nuova spedizione, intrapresa nel 1590, nei paraggi di Roanoke la colonia era scomparsa, ed essa come le spedizioni seguenti nonchè fondare una stabile colonia non riuscì neppure a mettere in luce la fine dei compatriotti, massacrati probabilmente dagli indigeni od internati nel paese. I progetti del Raleigh fallivano così completamente, spezzando la forte fibra del grande patriota, prima che una ignominiosa condanna di morte venisse a compensarlo in modo indegno dei servigi resi al suo paese: a lui rimaneva la gloria, come sempre grondante di lacrime, dei precursori; di lui rimaneva il nome dedicato per riconoscenza e venerazione circa due secoli dopo alla capitale della Carolina del Nord. I primi timidissimi successi dell'opera, di cui il Raleigh era stato l'apostolo infelice, dovevano riportarsi, ironia del destino, sotto gli auspici dello stesso suo carnefice, del tirannico Giacomo I.
Lo stato politico dell'Inghilterra si presentava ora quanto mai favorevole alle imprese coloniali; chè la popolazione vi era sovrabbondante, ed agli elementi più risoluti ed irrequieti di essa, occupati dalla politica di Elisabetta in tante imprese di terra e di mare, non rimaneva più dopo l'avvento al trono del timido Stuart che l'alternativa di partecipare in qualità di mercenari alle lotte straniere o di tentare l'alea del Nuovo Mondo. Gli ultimi viaggi, i tentativi ripetuti di colonizzazione avevano fatto rivolgere sulla Virginia gli sguardi di un gran numero di gente che eccelleva per grado sociale, per istruzione, per spirito d'intraprendenza. L'interesse pei progetti coloniali intepidito ma non spento negli associati del Raleigh, tra cui anzi il più chiaro, Riccardo Hakluyt, lo storico delle spedizioni marittime dell'epoca, aveva conservato tutto il prisco entusiasmo nonostante i continui insuccessi. Nuovo impulso a questa tendenza coloniale veniva nei primi anni del regno di Giacomo I dall'energia del bravo esploratore Bartolomeo Gosnold, il quale aveva iniziato nel 1602 una rotta diretta dall'Inghilterra al Nord-America, abbandonando quella più lunga per Madera le Azzorre e le Indie occidentali, e primo fra gli Inglesi aveva calpestato il suolo della Nuova Inghilterra, esplorato subito dopo dal Pring e dal Weymouth.
Convinto per propria esperienza della fertilità del suolo nordamericano, il Gosnold si era dato a sollecitare il concorso degli amici per stabilirvi una nuova colonia ed era finalmente riuscito a tirare dalla sua Edoardo Maria Wingfield, un piccolo commerciante dell'ovest dell'Inghilterra, Roberto Hunt, un prete pieno di fermezza e capacità unita a grande modestia, e John Smith, uno spirito di avventuriero dotato d'una mente geniale e d'un grande cuore. La piccola società andava così maturando il progetto della sognata piantagione, quando i racconti del Weymouth accendevano vieppiù il desiderio già vivo in un ricco ed influente inglese, sir Ferdinando Gorges, di possedere un dominio di là dall'Atlantico, e questi guadagnava al suo disegno il gran giudice d'Inghilterra, sir John Popham. La causa della colonizzazione acquistava così dei difensori zelanti, i quali indipendentemente dai partiti religiosi e politici nutrivano la più ferma fiducia in un prospero stato da fondarsi per opera degli Inglesi nelle regioni temperate dell'America settentrionale. Il re d'Inghilterra, che troppo timido per agire era però troppo vanitoso per rimanere indifferente e d'altra parte aveva già tentato nel proprio paese una colonizzazione interna per diffondere nella Scozia, nell'Irlanda e nelle isole Ebridi le industrie e la civiltà, quando vide una compagnia di gente di affari e d'uomini altolocati, la quale per l'esperienza d'un Gosnold, l'energia d'uno Smith, i lumi di un Hakluyt, le ricchezze e l'influenza d'un Gorges e d'un Popham dava le più serie garanzie, chiedere a lui la autorizzazione «di condurre una colonia nella Virginia», incoraggiò senz'altro la magnifica opera ed accordò per essa una patente larghissima. Due compagnie rivali, quella di Londra e quella di Plymouth, dovevano colonizzare il territorio americano compreso dal 34º al 45º grado di lat. nord, dal capo Fear ad Halifax, salvo forse il piccolo cono dell'Acadia posseduto allora dai Francesi. Alla prima delle due compagnie, composta di nobili di personaggi influenti e di negozianti di Londra, veniva assegnata la parte tra il 34º e il 38º vale a dire dal capo Fear alla frontiera meridionale dell'attuale Maryland; alla seconda, composta di cavalieri e di mercanti dell'Ovest, la parte tra il 41º ed il 45º: il territorio intermedio doveva rimanere aperto a tutt'e due, col patto però, ad evitare contese, che una zona neutrale di 100 miglia intercedesse tra gli stabilimenti estremi delle due compagnie. Il solo obbligo imposto ad esse era di prestare omaggio al re e di corrispondergli un canone pari ad un quinto del prodotto netto dell'oro e dell'argento e ad un quindicesimo del rame.
La direzione suprema delle colonie era affidata ad un consiglio di nomina regia e revocabile, sedente in Inghilterra; l'amministrazione era lasciata ad un consiglio locale sottoposto esso pure al controllo regio, vera aristocrazia che non aveva da rendere alcun conto agli amministrati del proprio operato. Il potere legislativo sia per gli interessi generali che per quelli particolari era riservato al re, al quale sarebbe spettata pure un'imposta sulle navi entranti nei porti della colonia, imposta però che per 21 anni doveva essere consacrata al miglioramento della colonia. Quanto agli emigranti, la carta stabiliva le condizioni più favorevoli per l'occupazione delle terre e conservava ad essi ed ai loro figli la cittadinanza inglese con tutti i diritti ad essa inerenti pel caso di ritorno in patria, ma non offriva loro alcuna garanzia di fronte agli agenti coloniali, se ne eccettui il giudizio per giuria nel caso di reati punibili di morte. Quanto alla religione era prescritto di conformarsi in tutto e per tutto alle dottrine ed ai riti della chiesa d'Inghilterra. Quanto agli indigeni infine si raccomandava di trattarli con bontà e di fare il possibile per convertirli.
La compagnia mercantile non riceveva dunque che un territorio deserto col diritto di popolarlo e di difenderlo: il monarca si riservava il potere legislativo assoluto, la facoltà di nominare a tutti gli impieghi e la prospettiva d'un'immensa rendita: gli emigranti, privi della più elementare libertà, d'ogni franchigia elettorale, d'ogni diritto di governarsi da sè, dovevano sottomettersi agli ordini d'una corporazione commerciale, di cui non potevano far parte, all'autorità d'un consiglio locale, di cui non potevano eleggere alcun membro, al controllo d'un consiglio superiore ancora più estraneo ad essi, ed infine agli abusi del sovrano! Tale la prima carta data nel 1606 al paese, che doveva divenire il soggiorno prediletto della libertà e del self government!
Coll'anno seguente, 1607, incominciava la colonizzazione inglese in America. La compagnia di Plymouth falliva nell'intento, giacchè le piantagioni, tentate in quell'anno alla foce del fiume Kennebec nell'odierno Maine, venivano pel rigido clima abbandonate dai coloni l'anno dopo, e questi per di più tornati in patria dissuadevano gli altri dal ritentare la prova; ma ad ogni modo la bandiera inglese sventolata sul forte di S. Giorgio, da essi per breve tempo occupato, dava all'Inghilterra un nuovo titolo al possesso di quel paese.
I foschi colori, con cui i reduci delusi ne dipingevano i rigori del clima e l'aridità del suolo, non vi impedivano un viaggio d'esplorazione da parte del benefattore della Virginia, Giovanni Smith, il quale nel 1614 ne rilevava le coste dalla foce del Penobscot al capo Cod, dandogli il nome di N. Inghilterra, vi tentava nel 1615 un inizio abortito di colonizzazione e, per nulla scoraggiato dall'insuccesso, si dava ad una propaganda entusiastica in favore di essa nell'Inghilterra, promettendo ai nobili vasti domini, alle municipalità lauti guadagni commerciali, agli irrequieti ed agli oppressi libertà illimitata, agli avventurieri soggiorni incantevoli, lucido aere acque tranquille ai sognatori. L'entusiasmo di questo apostolo della colonizzazione riusciva finalmente a trasfondersi nei membri della tramontata compagnia di Plymouth, i quali aprirono trattative per rinnovare le vecchie patenti con poteri analoghi a quelli della compagnia della Virginia. Le rimostranze di questa e la gelosia dei Londinesi contro gli Occidentali ritardavano fino al 1620 la concessione da parte di Giacomo I della nuova carta, una delle più ampie non solo negli annali americani ma in tutta la storia coloniale. Per essa quaranta sudditi inglesi, tra cui i più ricchi ed influenti nella nobiltà e qualche membro della stessa casa reale, venivano eretti, essi ed i loro successori, in corporazione sotto il nome di «Consiglio stabilito a Plymouth, nella contea di Devon, per colonizzare, amministrare, organizzare e governare la Nuova Inghilterra in America». Il territorio conferito ad essi come proprietà assoluta, con giurisdizione illimitata, potere esclusivo di legislazione, facoltà di scegliere tutti gli agenti e tutte le forme di governo, si estendeva in larghezza del 40º al 48º grado di latitudine settentrionale ed in lunghezza dell'Oceano Atlantico al Pacifico. Senza l'autorizzazione del consiglio di Plymouth, dall'isola di Terranova alla latitudine dell'attuale Filadelfia non un vascello poteva entrare in una rada, non si poteva comprare una pelle nell'interno delle terre, nè pescarvisi un pesce sulle coste, nè stabilirvisi alcun emigrante!
Date così le maggiori garanzie alla cupidigia dei proprietari, la patente non prendeva neppure in considerazione i futuri coloni: essi venivano lasciati alla più illimitata mercè d'una corporazione, che tra i suoi poteri illimitati aveva quello di legiferare per essi e di governarli! Due mesi prima però che questo odioso monopolio economico e politico fosse nonchè attuato concesso, un manipolo eroico d'emigranti inglesi erano salpati dal vecchio mondo per fondare nella Nuova Inghilterra la prima colonia permanente, senza alcuna garanzia del sovrano, senza alcuna carta della compagnia, senz'altro capitale che le loro braccia ed il loro cuore. Tredici anni prima sotto auspici ben diversi, ma con risultati non meno grandiosi la razza inglese aveva gettato salde radici sul suolo meridionale dei futuri Stati Uniti per non esserne divelta mai più. I coloni infatti della «compagnia di Londra», sbarcati, nel 1607 pur essi, alla foce d'un fiume della Virginia, chiamato James in onore del re, erano rimasti ed avevano iniziato, nonostante le mille peripezie i disagi le sofferenze dei primi tempi, la colonizzazione inglese sul continente nordamericano. Non ispirata nè al preconcetto politico di fondare un vasto impero feudale e teocratico, come quello francese, nè all'errore economico di limitarla a spedire nella madrepatria galeoni carichi d'oro e d'argento, come quella spagnuola, ma alla nuova concezione coloniale di fondare degli stabilimenti agricoli, essa racchiudeva in sè anche per questo i germi d'un grande avvenire. «Qui non bisogna sperar nulla, se non dal proprio lavoro» era la massima che predicava lo Smith, il padre della Virginia, nella sua convinzione profonda che il vero interesse dell'Inghilterra non era di cercar oro ed arricchirsi subitamente, ma di dare nel lavoro vigoroso e regolare una solida base economica alla nascente colonia.
Umili dunque, come vedremo meglio in seguito, i principii inglesi nel Nord-America, ma tali per un complesso di cause materiali e morali da giustificare i voli dell'immaginazione brittannica, che già sognava di là dall'Atlantico un popolo nuovo avente l'inglese per lingua materna. «Chi sa, diceva il Daniel, poeta laureato dell'Inghilterra all'epoca di Elisabetta, chi sa dove col tempo noi potremo portare i tesori della nostra lingua? In quali rive straniere noi manderemo il nostro migliore e più glorioso prodotto per arricchire delle nostre risorse selvagge nazioni? Quali mondi, in questo occidente ancora informe, si civilizzeranno ai nostri accenti?» E lo Shakespeare, il grande tragico che incarna in sè con lo spirito tutto dell'umanità quello particolare del suo popolo, trasfondeva nell'opera sua e tramandava ai posteri l'entusiasmo del momento, inneggiando a re Giacomo I, protettore delle colonie, da lui paragonato «al cedro delle montagne che copre dei suoi rami tutte le circostanti pianure». «Dovunque risplenderà la brillante luce del sole, profetava l'amico del conte di Southampton, uno dei capi della compagnia virginiana di Londra, appariranno la grandezza e la gloria del suo nome, ed egli farà sorgere novelle nazioni».
Ed una nuova nazione per verità stava per sorgere dal vecchio ceppo anglosassone sul continente nord-americano, una nazione, di cui per maggior fortuna se il sangue inglese costituirà il cemento altri elementi etnici, Olandesi e Svedesi in prima linea, presiederanno alle origini, elementi troppo scarsi per non venire assorbiti da quello predominante ma però sempre sufficienti a portargli nuovo contributo di sane energie, di forze materiali e morali. Nè una nuova nazione soltanto, ma una società nuova sorgerà quivi, una civiltà nuova, che contrasterà con pieno successo a quella vecchia rappresentata da Francesi e Spagnuoli il possesso del Nord-America.