§ 1. I pellegrini e la colonia di Nuova Plymouth — § 2. I Puritani e la colonia di Massachusetts — § 3. Roger Williams ed origine di Rhode Island — § 4. La colonizzazione del Connecticut — § 5. L'estremo nord e il New Hampshire — § 6. Svolgimento della N. Inghilterra — § 7. La società neoinglese e la sua forza d'espansione.

§ 1. I Pellegrini e la colonia di Nuova Plymouth. — Il 16 dicembre del 1620 un centinaio di protestanti inglesi d'umile condizione, sbattuti di qua c di là dalle procelle della persecuzione religiosa, sbarcavano in pieno inverno, senza mezzi, può dirsi, di sussistenza, senza la garanzia d'una carta regia, senza altro orizzonte che di stenti e sacrifici, sulla spiaggia fredda e deserta della Nuova Inghilterra. Un edificio comune sostituito in seguito da tanti casolari coperti di paglia, un baraccone ad uso di deposito, un piccolo spedale per gli ammalati, una chiesetta sormontata per difesa da quattro cannoncini, una vita aspra di improbo lavoro sostenuta dal prodotto della caccia e della pesca, rigori della natura e conseguente mortalità spaventosa, ecco gli indizii materiali ben poco lusinghieri della prima colonia della N. Inghilterra: perfetta eguaglianza nel campo sociale, libertà democratica in quello politico, indipendenza assoluta in quello spirituale, ecco le sue caratteristiche fondamentali, i suoi massimi beni. Ne erano fondatori i Pellegrini, un manipolo eroico di puritani, la cui esistenza e le cui vicende costituiscono uno degli episodi più gloriosi e più fecondi di risultati nella storia or lieta or triste, or nobile ora infame della Riforma inglese.

La coscienza dei grandi principi, in nome dei quali era stata bandita sul continente europeo la rivoluzione religiosa del sec. XVI, preparata di lunga mano da cause economiche e sociali, fu in Inghilterra l'effetto più che la causa efficiente della Riforma. Questa fu introdotta nell'isola dal dispotismo e dal capriccio d'un monarca, che voleva separarsi da Roma per meglio soddisfare le proprie passioni, ed ebbe perciò il carattere d'uno scisma più che d'una vera riforma ecclesiastica: tutte le dottrine della chiesa cattolica, se ne eccettui la supremazia di Roma, venivano conservate; e Clemente VII avrebbe potuto continuare come Leone X a lodare Enrico VIII per la sua ortodossia cattolica, pure scomunicandolo per la sua autoelezione a papa dell'Inghilterra.

L'atto di supremazia infatti mirava tanto poco ad affrancare la chiesa d'Inghilterra e tanto meno il popolo e lo spirito inglese dall'assolutismo del dogma, che non conteneva la minima clausola favorevole alla libertà religiosa, la quale in seguito fu anzi compressa da Enrico VIII ancor più violentemente di prima: esso non aveva altro fine se non quello di rivendicare la franchigia sovrana del monarca inglese contro il seggio di Roma, facendo dell'autorità ecclesiastica un ramo della prerogativa regia. Ma con ciò la ribellione capricciosa del brutale monarca raggiungeva nel campo nazionale l'effetto stesso di quella maturata del monaco di Wittemberga: per essa la nazione inglese si affrancava realmente da ogni intervento straniero, ed Enrico VIII appariva quasi l'ultimo e più fortunato campione di quella resistenza secolare spiegata dai re inglesi contro le usurpazioni dell'autorità ecclesiastica tra il plauso della nazione, d'una nazione per di più che le teorie ed i seguaci di Wickliffe avevano preparato di lunga mano ad accogliere i principii della Riforma.

La separazione da Roma non rimase così l'atto egoistico d'un despota, che perde con la morte di esso ogni effetto, ma il primo passo d'una rivoluzione religiosa, che precedenti storici, interessi sociali, spirito dell'epoca, esempio infine di razze sorelle imponevano al popolo inglese.

Il protestantesimo fu tanto poco imposto alla nazione inglese dal dispotismo di Enrico VIII, che non solo la chiesa anglicana nel suo ordinamento dogmatico ed ecclesiastico, posteriore alla sua morte, s'allontanò dalla cattolica ben più di quello ch'egli non volesse, ma una parte del popolo inglese procedette per proprio conto su quella via dell'emancipazione spirituale, di cui la neonata chiesa ufficiale non rappresentava che un primo, timidissimo passo. Una minoranza, che incarna lo spirito progressivo dell'epoca, non si accontenta dello modeste ed innocue riforme, dell'abrogazione del cerimoniale più assurdo; ma, una volta ammesso il principio del libero esame, continua a sottoporre alla critica rigorosa di questo l'intero sistema religioso, arrivando all'austero principio che in materia di fede e di culto niente possa farsi «se non in virtù della parola di Dio». Non basterà quindi che la Sacra Scrittura non parli contro una cosa qualsiasi nel campo della fede per accettarla, ma occorrerà che parli espressamente in favore di essa. Fu questo il Puritanesimo, che nel suo stesso dogma fondamentale sonava ribellione aperta contro ogni sorta di compressione spirituale.

Esso infatti non accettava altra garanzia che la Bibbia, altra regola di condotta che la parola precisa di Dio: nè re, nè parlamento, nè gerarchia ecclesiastica potevano interpretare a loro modo questa regola; nessuna regola ufficiale poteva quindi venire riconosciuta dal puritano, il quale, non volendo sottostare ad una chiesa presieduta dal sovrano temporale, diventava con ciò un vero ribelle anche nel campo politico. La semplicità, la purezza evangelica, ecco il fine del puritanesimo, che s'informa così nel campo religioso ad uno spirito democratico, il quale non potrà non tradursi nel campo politico e sociale. In nome di che cosa infatti se non del loro diritto alla libertà naturale potevano i puritani attaccare i poteri costituiti? In un'epoca, in cui il pulpito era lo strumento più efficace per penetrare nello spirito delle masse, la loro pretesa di avere «la libertà di profetare» equivaleva alla domanda moderna della libertà di stampa; mentre il libero esercizio di giudicare con franca parola di tutti gli avvenimenti del giorno non minacciava solo di rompere l'unità della chiesa nazionale, ma di erigere l'opinione pubblica in un tribunale, dinanzi a cui poteva un giorno esser chiamato lo stesso principe. Ed il pericolo era ancora più grave in quanto che il progresso logico dalla libertà spirituale a quella politica era diventato ancor più facile dopo che, fallito il tentativo di restaurazione cattolica fatto da Maria la Sanguinaria, i puritani più intransigenti, riparati sul continente durante l'imperversare della bufera, erano ritornati in patria pieni del nuovo vigore d'austerità spirituale attinto alle dottrine calviniste, della nuova energia democratica attinta alla severa semplicità della repubblica di Ginevra.

I ministri puritani erano divenuti ormai dei veri tribuni del popolo, il loro pulpito un libero tribunale di giudici inflessibili ed incorruttibili, la loro influenza sempre maggiore nelle classi sociali medie e inferiori, la rappresentanza dei loro seguaci sempre più numerosa nella Camera bassa.

1 puritani vengono così in pochi decenni a costituire un partito politico potente, che non reclamava soltanto la riforma degli abusi ecclesiastici, ma discuteva della forma di governo, s'opponeva ai monopoli, cercava di limitare la prerogativa regale. Veri precursori d'una rivoluzione, essi venivano troppo logicamente accusati dai difensori dell'episcopato anglicano di desiderare uno Stato popolare, meritandosi l'elogio d'uno storico ad essi non certo favorevole (lo Strype): «la scintilla preziosa della libertà non è stata accesa e conservata che dai Puritani». La regina Elisabetta dichiarava nel modo più esplicito ch'essi erano più pericolosi degli stessi cattolici, i quali almeno erano partigiani convinti della monarchia per quanto nemici di chi la rappresentava; Giacomo I nei primi anni del suo regno scriveva che avrebbe preferito vivere da eremita in una foresta piuttosto che regnare su un popolo simile «a questa banda di Puritani che dominano la Camera bassa», e dichiarava che «la setta dei Puritani non poteva esser tollerata in uno stato ben governato, qualunque esso fosse!».

Nessuna meraviglia pertanto che l'intolleranza più vergognosa accompagni passo passo il progresso della Riforma nella Gran Brettagna; che Enrico VIII faccia bruciare chi nega la dottrina cattolica dell'eucarestia, che le leggi di Edoardo VI puniscano invece chi vi crede, che Maria tenti di lavare col sangue dei martiri protestanti l'onta della Riforma inglese, che infine Elisabetta stessa, la rappresentante del protestantesimo in Europa, volendo ad ogni costo nell'interesse proprio e del trono mantenere l'unità della chiesa nazionale, detesti i non conformisti di ogni specie, li consideri come ribelli nel proprio campo e perseguiti violentemente quei puritani cui pure dovevasi la conversione del popolo inglese al protestantesimo. La persecuzione di quest'ultima però trova una grande attenuante nell'imperioso bisogno d'unità religiosa, mentre i sovrani cattolici cospirano contro l'Inghilterra, i cardinali propongono nelle loro conventicole di deporre Elisabetta, il papa scomunicandola ecciti i sudditi suoi alla ribellione. Ciò spiega come, se tutti i puritani, vera falange estrema del protestantesimo sul suolo inglese, desiderano una riforma e battagliano per essa contro l'episcopato e la corona, non tutti vogliono uno scisma. Se però come corpo evitano di separarsi dalla chiesa stabilita domandandone solo imperiosamente una purificazione, una minoranza fra essi spinge ben più in là l'opposizione alla chiesa anglicana, denunciandola come una istituzione pagana contraria ai principi del cristianesimo e della verità e ricusando perciò di rimanere più oltre in comunione con essa. Questa setta separatista, che rappresentava lo spirito più democratico del puritanesimo, era di origine prettamente plebea, cosicchè il sorger di essa segnava proprio l'ultimo estendersi della riforma in seno ai più bassi strati sociali.