La composizione e la partenza dei nuovi emigranti, circa duecento, sotto la guida del venerabile predicatore non conformista Francesco Higginson, caratterizzano tale colonizzazione: tutta la gente di mala vita era stata respinta, giacchè «nessuna vespa oziosa può vivere in mezzo a noi» dicevano gli emigranti; e nel perder di vista la terra inglese essi non la maledivano quale teatro delle loro sofferenze, ma la salutavano quale terra dei loro padri e dimora dei loro amici: «Non diremo, esclamava l'Higginson, come dissero i separatisti nel lasciare la patria «addio Babilonia, addio Roma!»; ma diremo «addio cara Inghilterra! addio chiesa di Dio in Inghilterra, addio cari fratelli cristiani che vi rimanete!» Tale lo spirito, tali i propositi dell'intrepida comunità, destinata a trasformare la sterile Nuova Inghilterra in un gruppo di floridi stati.
Salem, che in ebraico significa pace, fu la colonia che questi rigidi calvinisti, entusiasti più che fanatici, fondarono, sottoscrivendo anch'essi un patto sociale, un covenant, che si pronunciava per le virtù più austere. Meglio che un corpo politico essa fu una chiesa in mezzo al deserto, chiesa libera e indipendente, di cui i membri sceglievano i dignitari e questi si consacravano ed ordinavano l'un l'altro, dove erano bandite le inutili cerimonie, pressochè annientata la liturgia, ridotta a forme ancora più semplici la semplicità del calvinesimo, costituzione così rispondente all'idea puritana da servire poi di regola a tutti i puritani della Nuova Inghilterra.
Anche i nuovi coloni furono sottoposti a dure prove, morendone nel primo inverno soltanto un'ottantina, ma non per questo diminuiva l'intima loro soddisfazione, la gioia d'adorar in pace il loro Dio. Ritenuti dai fratelli rimasti in patria quali predestinati dal Signore a compiere una grande missione, il loro esempio trovava in Inghilterra sempre nuovi imitatori, da null'altro animati se non dal desiderio di stabilire la religione in tutta la sua purità. E per riuscir meglio nell'intento, girava tra i puritani inglesi la parola d'ordine di scegliere pel nobile fine solo «i migliori», selezione morale cui s'accompagnava anche quella sociale, non appena l'assemblea della compagnia dichiarava nel 1630 che il governo e la patente sarebbero trasportati di là dall'Atlantico e stabiliti nella N. Inghilterra, trasferimento il quale senza urtare nei principi della carta mutava senz'altro una corporazione commerciale, governante da lontano una colonia, in un governo provinciale indipendente ed esercitato sul luogo. Sicuri di portare seco nella carta la base delle loro libertà civili, entrarono nel nuovo contingente d'emigrazione uomini forniti di fortune e d'educazione, dotti e letterati, ministri del culto tra i più eloquenti e pietosi. Nel 1630, 17 navi, contenenti ben 1500 emigranti, puritani in gran parte e scelti tra i più onesti del paese, partivano alla volta della baia di Massachusetts sotto la guida del coscienzioso Giovanni Winthrop, scelto a governatore, anima in fondo di democratico sincero per quanto partigiano d'un governo «del più piccolo numero», composto però «dei più saggi fra i migliori». Nel lasciare l'Inghilterra essi pure volgevano commoventi parole d'addio al paese natale: «i nostri cuori, dicevano ai compatriotti, verseranno torrenti di lagrime per la vostra costante felicità quando abiteremo le nostre povere capanne nel deserto». Ad essi ed agli emigranti, che loro seguirono in appresso, si devono le prime umilissime origini di Boston, la metropoli puritana, nonostante i disagi, le malattie, le carestie dei primi tempi; i più deboli spaventati da una vita di pene e di sofferenze inaudite ritornarono in patria, i più forti rimasero sostenuti dall'ideale religioso, e Roxburg, Dorchester, Charlestown, Watertown ed altri centri minori attestavano dopo non molto che nessuna procella poteva più oramai svellere da quella terra la ben radicata quercia puritana.
«Qui godiamo Dio e Gesù Cristo, scriveva alla moglie il governatore Winthrop, non basta forse? Ringrazio il Signore di trovarmi così bene qui e di non avermi mai fatto pentire d'esserci venuto. Anche se avessi preveduto tutte queste afflizioni, non avrei fatto diversamente. Non sono mai stato così tranquillo e contento».
Si capisce come di questa libertà i coloni fossero gelosi quanto mai. Quando infatti per le mene dei loro nemici d'Inghilterra, l'episcopato e più ancora i proprietari della Nuova Inghilterra spodestati di fatto delle loro terre dal successo trionfale dei puritani, si ordinerà loro di produrre in Inghilterra le lettere patenti della compagnia, essi faranno orecchi da mercanti. E quando si ordinerà una commissione speciale per le colonie, diretta dallo stesso arcivescovo di Canterbury, con poteri arbitrari, tra cui quello di «regolare» le loro condizioni ecclesiastiche e di revocare ogni carta ottenuta coll'astuzia a danno della prerogativa regia, il Massachusetts in preda alla più viva emozione risolverà unanimemente d'opporre la resistenza armata all'istituzione d'un governatore generale od all'introduzione di mutamenti ecclesiastici. E lo zelo sarà così forte che, nonostante le misere condizioni dell'incipiente colonia (s'era allora nel 1635 soltanto!), si riuniranno 600 sterline per fortificare Boston! La commissione inglese si limitò in realtà a porre ostacoli d'ogni sorta all'ulteriore emigrazione puritana dal paese, e le susseguenti vicende di Carlo I permisero alla N. Inghilterra di godere in pace le sue libertà; ma ad ogni modo questa levata di scudi del 1635 era un fatto sintomatico, arra non dubbia della futura indipendenza.
La purità della religione e la libertà civile, fini ultimi dell'emigrazione puritana, non tardarono a fondersi insieme, originando una democrazia confessionale in cui non già la nascita la ricchezza od il grado d'istruzione conferiva i diritti politici ma la partecipazione alla chiesa: una disposizione infatti d'un'assemblea generale tenuta nel 1631 dava il suffragio ai soli membri della chiesa «affinchè il corpo dei comuni non fosse composto che di persone probe ed onorabili», pure senza conceder al clero neppur l'ombra del potere politico. Era il regno della visibile chiesa, la repubblica del popolo scelto, che i calvinisti volevano fondare nel Massachusetts: Dio stesso doveva governare il suo popolo. Nè lo spirito teocratico poteva soffocare la libertà popolare, giacchè chiesa e popolo erano una cosa sola, e l'ordinamento della prima era strettamente democratico: già nel 1632 si stabiliva che il governatore ed i suoi assistenti, scelti fin allora per un tempo illimitato e con poteri pure illimitati, venissero nominati anno per anno; e si stabiliva inoltre che ogni town o centro abitato designasse due persone, le quali unite cogli assistenti concertassero un piano d'organizzazione del tesoro pubblico. La misura era divenuta necessaria perchè un'imposta, decretata dai soli assistenti, aveva già sollevato, tanto era vivo nei coloni il concetto e la tradizione inglese in materia, allarmi ed opposizione!
E questi primi germi di governo rappresentativo si sviluppavano rapidamente negli anni seguenti, in mezzo alla lotta fra il Winthrop, che d'accordo con altri maggiorenti riteneva l'autorità suprema risiedere nel consiglio degli assistenti, e la generalità dei coloni animati da tendenze più democratiche: trionfavano i più, deliberando che l'assemblea generale non sarebbe stata più convocata che per l'elezione dei magistrati, mentre dei deputati designati dai singoli centri avrebbero condiviso con quelli il potere legislativo ed il diritto di nomina agl'impieghi. Si gettavano così le basi d'una vera democrazia rappresentativa, dove il governatore ed i suoi assistenti nominati dalla colonia costituivano come un senato; i rappresentanti delle singole città una specie di camera di deputati; e ciascun corpo dopo molte lotte otteneva il diritto di veto sulle decisioni dell'altro (1644). Questa tendenza spiccata al selfgovernment prova chiaramente come i coloni del Massachusetts non fossero degli idealisti metafisici, ma degli uomini pratici, che erano fuggiti al deserto non per farvi gli anacoreti ma per crearvi una comunità attiva, informata alle dottrine religiose ed alle forme di libertà civili care a loro più della vita.
Questo carattere si manifesta sovrano anche nel campo religioso: corpo di credenti sinceri anelanti alla purezza della religione, non già di filosofi professanti il principio della tolleranza, questi emigranti non intendevano punto che si lasciasse spezzare quella conformità religiosa, ch'era non solo fonte di pace per essi, ma più ancora pietra angolare dello Stato: la collettività politica altro non era che la comunità religiosa, ed i legami della fede confondendosi con quelli della politica convivenza, ne risultava uno Stato assiso su basi incrollabili. Costituiti in una corporazione, di cui essi stessi potevano aprire l'entrata sotto le condizioni che loro piacessero, tenevano nelle proprie mani le chiavi del loro asilo e potevano usare del loro diritto di chiudere le porte a tutti i nemici della loro concordia e sicurezza. E di questo diritto si servivano senza il minimo scrupolo: fin dai primi tempi i fratelli Brown, che volevano rimaner fedeli alla chiesa episcopale, erano stati scacciati dalla comunità e rimandati in Inghilterra; più tardi l'irreligioso Samuele Gorton, che affermava non esservi nè paradiso nè inferno ma ambedue risiedere nel cuore dell'uomo, sarà incarcerato; e persecuzione ancor più fiera incontreranno gli Anabattisti ed i Quaccheri, quattro dei quali verranno perfino impiccati. «I nostri padri, dirà Giorgio E. Ellis, non pensarono di fare del territorio, da essi conquistato e comprato per mezzo d'una patente, un asilo per ogni specie di credenze religiose, anzi lo destinarono, come ogni uomo la propria casa, a luogo di pace di agio e d'ordine per quanti fossero d'un medesimo sentimento, di una medesima coscienza e di un medesimo pensiero». E nel 1681 un pastore puritano, Increase Mather, esprimerà apertamente l'opinione che le colonie avevano diritto d'allontanare quanti riuscissero ad esse d'incomodo, applicazione pratica del principio teorico espresso pochi anni prima dal reverendo Shepard «essere politica satanica quella che insegue una tolleranza indeterminata e sconfinata».
Il genere però di persecuzione, cui nei primi tempi s'appiglia il puritanesimo, ha un carattere suo tutto particolare, puramente negativo. Sorto come arma di difesa non già d'offesa, esso non sogna neppure di convertire gli animi all'ortodossia col terrore e le torture, non punisce le opinioni per se stesse, ma scaccia chi combatte il puritanesimo, perseguita o sopprime chi non vuol andarsene. Nella lotta per la libertà, la fede era un'arma potente, l'alleato più sicuro nel momento della battaglia; ed il fanatismo religioso, non essendo in ultima analisi che un mezzo di prevenire perfino l'ombra d'un attentato alla libertà, altro non era che fanatismo di libertà.
Se l'esclusivismo religioso del Mass. trovava nel sentimento di auto-conservazione la sua giustificazione, urtava però sempre in quel senso umano di tolleranza, che la stessa persecuzione sofferta in patria non aveva potuto instillare nei coloni: per quanto diversi i moventi, il non conformismo rimaneva per essi non meno che per i loro persecutori un delitto capitale. Contro questa concezione politica d'uno stato direttore spirituale sorgeva però fin d'allora un apostolo sublime della tolleranza, il quale fondava su questa un organismo politico, ch'era preludio glorioso ed immagine viva della futura società anglo-americana: Roger Williams fu questo nume benefico, Rhode Island lo stato da lui fondato.