§ 3. Roger Williams ed origine di Rhode Island. — Nel febbraio del 1631 arrivava a Nantasket nel Mass. dopo una burrascosa traversata di 66 giorni «un giovane ministro, dotato di qualità preziose, pieno di zelo ed animato dallo spirito di Dio», Roger Williams. Superiore per elevatezza morale agli altri puritani, egli non voleva solo cambiare il proprio paese con un altro, dove il puritanesimo non fosse delitto, ma con uno, dove il delitto d'opinione non fosse neppur concepito. «Santità della coscienza» ecco la formula, in cui il filosofo pratico compendiava la sua teoria spezzante tutte le pastoie imposte all'umano intelletto, e di cui accettava senza indietreggiare le ultime conseguenze: la coscienza dell'uomo è sacrario inviolabile, in cui nessuna forza nè individuale nè sociale ha diritto di penetrare; e quindi lo stato deve reprimere i delitti, ma non esercitare il suo controllo sull'opinione, punire il colpevole ma non violare la libertà dell'anima. Persecuzioni e roghi, culto ufficiale e decime obbligatorie, aiuto scambievole di trono e d'altare, quanto insomma aveva per secoli contristato e dovea ancora contristare l'umanità sedicente civile, tutto veniva rovesciato dal sublime principio: la moschea mussulmana come la chiesa cristiana, la pagoda buddistica come la sinagoga ebraica potevano ricevere diritto di cittadinanza nello stato dell'umanità, che Roger Williams vagheggiava. Il Mass. basato sul più egoistico conformismo veniva minato nei suoi fondamenti stessi da questo ardito puritano, la cui predicazione diventava incompatibile con lo spirito e le istituzioni del paese. Salem, che l'aveva preso a suo predicatore e sostenuto contro gli attacchi del governo coloniale, parve quasi tradire la causa della religione e della patria e, spogliata di tutte le sue franchigie, doveva finalmente cedere e confessare il suo torto: l'apostolo della tolleranza, sconfessato dalla comunità, abbandonato dai seguaci, amareggiato dai rimproveri della stessa sua sposa, dopo aver sostenuto davanti all'assemblea generale che «i suoi principi erano fermi come la roccia» e che era «disposto a subire la prigionia o l'esilio, e la morte stessa nella N. Inghilterra» piuttosto di rinunciare alla sua dottrina della libertà intellettuale, nel 1635 veniva esiliato. Timorosi però ch'egli, com'era sua intenzione, non rimanesse nelle vicinanze della colonia a predicare un principio, che veniva a «rovesciare le basi dello Stato e del governo di quel paese», i rappresentanti del Massachusetts decidevano d'inviarlo su apposito bastimento in Inghilterra. Ribelle allora per la prima volta agli ordini del suo paese, Roger Williams si sottraeva con la fuga al rimpatrio e per quattordici settimane andava ramingo tra le nevi e le intemperie, dovendo mille volte la vita all'ospitalità di quegli Indiani, di cui la sua filantropia l'aveva fatto già prima ben noto campione. Ammirato e rispettato dagli avversari per la nobiltà del carattere, lo stesso governatore Winthrop gli indicava la baia di Narragansett come luogo non preteso ancora da alcuno, dove poter fondare quella comunità libera, di cui non aveva smesso per nulla l'idea. «Io considerai questo saggio consiglio, diceva Williams, come la voce di Dio»; ed un fragile canotto indiano, su cui egli s'imbarcava con cinque compagni, portava a quella volta il fondatore del Rhode Island ed i suoi primi cittadini.
Ad attestare la immutabile confidenza nella bontà di Dio volle chiamare Providence il nuovo soggiorno, ch'egli intendeva destinato «a servir d'asilo a tutti quelli che si trovavano nell'avversità per motivi di coscienza». Gli Indiani cedevano largo tratto di paese al loro benefattore e questi, nulla volendo per sè, lo legava in retaggio insieme con le istituzioni più libere, che il mondo civile avesse ancora veduto, ai sopravvenienti coloni, profughi la più parte, spiriti fieri della loro libertà di coscienza. Il Rhode Island fu sin dalle origini una democrazia pura, nella quale la volontà della maggioranza dovea governare lo Stato, ma «solo nelle materie civili»: in nessun altro stato, nonchè della futura Unione del mondo intero, ebbero così poco potere i magistrati e tanto i rappresentanti della comunità. «Gli annali di Rhode Island, se fossero scritti in uno spirito filosofico, dice il grande storico Giorgio Bancroft, esporrebbero le forme della società sotto un aspetto tutto particolare; se il territorio di questo Stato fosse stato in rapporto coll'importanza e l'originalità dei principi della sua prima esistenza, la sua storia fenomenale avrebbe riempiuto il mondo di meraviglia».
Mentre infatti l'intolleranza insanguinava l'Europa, facendo teatro la Germania di guerre religiose, l'Inghilterra di feroce dispotismo, la Francia di persecuzioni, l'Olanda stessa di lotte intolleranti d'opposte fazioni, la Spagna ed i suoi possessi di iniqui auto-da-fè, di là dall'Atlantico uno dei più grandi e più veri benefattori dell'umanità, Roger Williams, s'acquistava la gloria imperitura di fondare uno Stato sul principio della tolleranza e di imprimere in caratteri indelebili la impronta di questo sulle nascenti istituzioni americane. Se la società nuova d'oltre Atlantico non sapeva neppur essa liberarsi completamente da quell'intolleranza, per reagire alla quale era sorta, essa sapeva pur sempre creare per le sue e per le altrui vittime un rifugio, un castello franco della libertà intellettuale in tutte le sue forme. «Chi ha perduto la sua religione, correva il detto, può star sicuro di ritrovarla in qualche villaggio di Rhode Island»; così svariate erano le opinioni religiose della colonia nella quale secondo il principio di Roger Williams, confermato dall'Assemblea generale, «a tutti gli individui, di qualunque paese o nazionalità, Papisti, Protestanti, Ebrei o Turchi» dovea essere garantito il libero esercizio del loro culto. Nello stato di Rhode Island troveranno così rifugio sicuro i perseguitati d'ogni paese; adesso ricorrerà tra altri, bandita dal Mass., una donna di raro intelletto, Anna Hutchinson, la cui teoria improntata al principio della tolleranza l'aveva resa a quello stato pericolosa. Agli amici appunto di questa eroina della libertà, guidati da John Clarke e da Williams Coddington, si deve la colonizzazione dell'isola, detta, per una veduta somiglianza con quella di Rodi, Rhode Island. Anche questa nuova comunità si inspirò ai principî di quella di Providence: base del governo fu il consenso universale di tutti gli abitanti, un vero patto sociale fondato sull'amore reciproco.
Escluso pei suoi principî dalla lega stretta nel 1643 fra le altre colonie della N. Inghilterra e minacciato di smembramento a loro vantaggio, il Rhode Island trovava nel suo fondatore il salvatore: imbarcatosi per l'Inghilterra, Roger Williams per le potenti intercessioni di Sir Henry Vane, che glorificava il suo zelo coloniale ed i suoi risultati, otteneva dal Lungo parlamento nel 1644 una carta che conferiva a lui ed ai suoi amici il diritto di stabilire un governo di lor gradimento nella nuova colonia, riconosciuta autonoma col nome di «Piantagioni di Rhode Island e di Providence». L'assemblea generale nella sua riconoscenza voleva che il Williams ottenesse dal governo inglese la carica di governatore di tutta la colonia per un anno; ma l'uomo, che altra volta aveva dato prova d'infinita bontà intercedendo presso bellicose tribù indiane, pronte alla distruzione, in favore dei suoi persecutori del Mass., mostrava ora tutto il suo amore per la libertà: egli non acconsentiva ad una misura, che sarebbe stata un ben pericoloso precedente, ed il Rhode Island continuò a godere della sua illimitata libertà non solo religiosa ma anche politica. In esso tutti erano uguali, tutti potevano riunirsi e prender parte ai dibattiti nelle pubbliche assemblee, tutti aspirare agli impieghi. E la volontà popolare, pure in mezzo alle dispute alle rivalità alle lotte, frutti inevitabili d'una sconfinata democrazia, riusciva sempre a raggiungere come per istinto l'interesse generale, «Il nostro governo popolare, dicono gli atti di esso, non degenererà, come alcuni congetturano, in anarchia nè per conseguenza in una tirannia generale; perchè noi desideriamo al più alto grado di garantire a ciascuno sicurezza per la sua persona, la sua riputazione ed i suoi beni». — «Noi, diceva l'indirizzo rivolto dalla colonia nel 1654 al generoso Henri Vane, suo benefattore, noi siamo stati da lungo tempo affrancati dal giogo di ferro di quei lupi di vescovi; noi non siamo stati macchiati dei torrenti di sangue sparsi per le guerre nel nostro paese natale. Noi non abbiamo risentito le nuove catene dei tiranni presbiteriani, ed in questa colonia noi non siamo stati consumati dallo zelo troppo ardente di magistrati cristiani sedicenti pietosi. Noi non abbiamo appreso che voglia dire balzello; noi abbiamo quasi dimenticato che sia decima; noi abbiamo bevuto a larghi sorsi alla coppa della grande libertà quanto nessun altro popolo che noi conosciamo sotto tutta la volta del cielo».
§ 4. La colonizzazione del Connecticut. — Una medesima purezza di fini, una stessa sublime semplicità possono vantare gli inizi del Connecticut. Considerata come la via più propizia pel commercio delle pelliccie e passata ben presto in proverbio per la fertilità del suolo, la vallata del Connecticut non tardava a diventare oggetto di rivalità tra gli Olandesi, che primi l'avevano scoperta col Block fin dal 1614, ed i coloni della N. Inghilterra: senonchè, mentre i primi vi penetravano, risalendo il fiume, in veste di trafficanti e vi fondavano stazioni commerciali; i secondi immigrativi in veste di colonizzatori non tardarono a giungervi anche per via di terra, aprendosi il passo attraverso le vergini foreste. Una prima carovana di sessanta Pellegrini, uomini donne e fanciulli, arrivatavi nel colmo dell'inverno, nel 1635, sembrava dovesse cogli stenti subiti distogliere altri dal tentare la difficile prova, alla quale molti non resistendo erano tornati alla costa sfiduciati attraverso alle nevi; ma l'anno dopo s'internava a quella volta una seconda carovana più numerosa ed entusiastica, sotto la guida d'un celebre ministro, Thomas Hooker, «lume delle chiese dell'ovest». La componeva un centinaio di Puritani, reclutati fra i coloni più notevoli delle più antiche chiese della baia di Mass.: inesperti la più parte del lusso e degli agi della società europea, attraversavano a piedi le foreste, senz'altra guida che la bussola, cacciandosi avanti il bestiame; s'aprivano il passo con la scure dov'era necessario, facendo a malapena dieci miglia al giorno; valicavano con stento e pericolo fiumi e tratti paludosi; si nutrivano di latte e dormivano sulla nuda terra. Arrivati finalmente alle rive «deliziose» del Connecticut essi ed i loro seguaci si accingevano salmodiando ad un'opera non meno rude, quella di trasformare col loro lavoro una natura selvaggiamente feconda in un fertile suolo, esposti ad un tempo agli assalti feroci degli indigeni, qui più numerosi che in qualunque altra parte della N. Inghilterra, ed alle ostilità degli Olandesi. Assicuratasi la tranquillità con la completa distruzione della tribù degli indiani Pequod, i coloni di quello, che allora rappresentava il lontano Ovest, potevano darsi una costituzione politica, basata qui pure sul principio dell'associazione volontaria ed ispirata quindi alla massima libertà. Tutti coloro, che avessero prestato il giuramento d'obbedienza alla comunità, erano cittadini e ad essi spettava eleggere annualmente i magistrati ed i membri della legislatura, questi ultimi proporzionalmente alla popolazione dei singoli luoghi: tale il sistema mirabile di governo formato da umili emigranti, cui nè consuetudini inveterate, nè disuguaglianze ereditarie, nè interessi stabiliti, nè imposizioni estranee impedivano l'applicazione più semplice dei principî supremi della giustizia.
Colla stessa indipendenza era sorta l'anno innanzi, nel 1638, un'altra colonia puritana, fondata sul Connecticut da emigranti inglesi, guidati dal loro pastore John Davenport e dal rigido calvinista Theofilo Eaton. La primavera non rallegrava ancora il vergine paese, quando i coloni tenevano sotto una nuda quercia la loro prima assemblea, ed il pastore diceva loro che «come il figlio dell'Uomo» erano stati condotti nel deserto per esservi tentati. Dopo aver digiunato e pregato per un giorno, essi organizzarono la prima forma di governo sul suolo concesso loro mediante trattato dagli indigeni, costituendosi semplicemente in un'associazione di piantatori, i quali si davano reciproca promessa di sottomettersi «alle prescrizioni che loro traccerebbero le Scritture». Fine essenziale dell'ordinamento politico era infatti per essi quello di assicurare l'osservanza della purità e della pace, e con tale intendimento sette persone competenti, tra cui il Davenport e l'Eaton, venivano incaricate di organizzare il governo. Furono questi «i sette pilastri» della nuova «Casa della Saggezza» nel deserto. Essi ammisero a far parte dell'assemblea generale tutti i membri della chiesa, stabilirono annuali le elezioni dei magistrati e proclamarono che unica regola degli affari pubblici sarebbe stata la parola di Dio: la Bibbia diventava così il libro degli statuti di New-Haven! Ogni nuova comunità sorta in seguito nel suo territorio fu considerata essa pure una Casa di saggezza, sostenuta dai suoi sette pilastri ed aspirante ad essere illuminata dall'eterno lume! I mistici coloni ai preparavano per tal modo alla seconda venuta del Cristo, in cui fermamente credevano, mentre il lavoro positivo delle lor braccia dissodava sempre nuove terre ed estendeva di fronte a Long Island la colonizzazione inglese!
§ 5. L'estremo nord ed il New Hampshire. — Origini alquanto diverse ebbe la colonizzazione inglese nella parte più settentrionale della N. Inghilterra. Dopo i primi infruttuosi tentativi da parte della società di Plymouth, la quale come vedemmo nel 1607 vi fondò uno stabilimento di ben poca durata, e dei Francesi, ivi stanziati per esercitare la pesca ma ben presto scacciati dai coloni della Virginia, si susseguirono intrepidi avventurieri, attratti più che altro dai ricchi proventi della caccia e della pesca, senza che sorgessero vere colonie: erano gruppi di capanne sperse qua e là a grandi intervalli, senz'alcun centro comune di attrazione, senza alcuna giurisdizione politica da cui dipendere. Il consiglio di Plymouth, proprietario come vedemmo del paese, emanava dal 1629 al 1631 una serie di lettere patenti, che dividevano fra diversi concessionari tutto il territorio dal Piscataqua al Penobscot. La poca precisione però di queste patenti era tale da presagire infinite discordie fra essi; mentre l'indeterminatezza dei confini colla Nuova Francia doveva produrre inevitabili contese tra i coloni delle due nazioni. S'aggiunga a ciò la condotta dei proprietari, i quali intendevano di trarre un provento da quelle terre più che di colonizzarle, e la natura del paese sfavorevole alla fondazione di colonie agricole. La caccia, la pesca, la foresta offrivano agli abitanti mezzi di vita più immediati e sicuri che non l'agricoltura; dispensandoli per di più dal comperare dai concessionari un palmo di suolo.
I membri del Gran consiglio di Plymouth, ridotti all'inazione dopo aver concesse tutte le terre situate tra il Penobscot e Long Island, si risolvevano alla fine a rassegnare la loro carta, destituita oramai del minimo valore. Parecchi membri di esso però, volendo diventare individualmente proprietari d'immensi territori, fecero prima annullare le concessioni anteriori; quindi, convocata nel 1635 una riunione dei lords, tutta la costa a partire dall'Acadia fino di là dall'Hudson fu divisa in lotti e sorteggiata fra essi: provincie intere divennero così proprietà privata in virtù d'una lotteria, benchè la difficoltà maggiore dovesse consistere nell'entrare in possesso di questi lotti, occupati qua e là dalle nascenti colonie.
Ferdinando Gorges inviava un nipote a rappresentarlo nella porzione americana di sua pertinenza; e Saco, villaggio allora di 15 abitanti, vedeva così nel 1636 un primo tribunale, una prima parvenza di governo nel paese, che in onore a quanto pare della francese Enrichetta Maria, regina d'Inghilterra, si chiamò Maine. Riconosciuto poi lord proprietario del territorio in virtù d'una carta regia del 1639, il Gorges si diede con più lena ad escogitare fantastici piani di governo con deputati, consiglieri, marescialli, maestri d'artiglieria e via di questo passo, benchè tutte le prerogative regie, che il suo rappresentante potè trovare nel principato, fossero appena sufficienti ad ammobigliare meschinamente una capanna! Morto lui, e non essendosi alcuno curato di raccogliere la sua poco proficua eredità americana, i commissari europei, che ripetevano i loro poteri dal proprietario, si ritiravano; ed i coloni abbandonati a sè medesimi di loro libero ed unanime consenso si costituivano nel 1649 in una associazione politica autonoma, seguendo l'esempio oramai comune nella N. Inghilterra.
Ben presto però il Mass. avanzò delle pretese su quel territorio, basandole sulla sua carta, e se l'aggregò: i diritti di proprietà furono scrupolosamente salvaguardati; la libertà di coscienza fu garantita a tutti gli abitanti, gli episcopali compresi; il diritto di cittadinanza esteso a tutti i coloni. Il Maine godette così nel campo politico, nonostante l'unione, quella libertà, che era imposta del resto dalle stesse condizioni sociali d'una popolazione rara, disseminata su vasto territorio, e data più alla pesca e alla caccia che all'agricoltura, e divenne esso pure un luogo di rifugio pei perseguitati a motivo di religione. Così quando i proprietari residenti in Inghilterra vollero far valere presso Cromwell i loro diritti, degli abitanti del Maine protestavano dicendo che separarli dal Mass. sarebbe stato per essi «il rovesciamento d'ogni ordine civile».