La coltivazione di essi, possibile solo coi negri sotto quel clima così caldo, in quelle paludi così micidiali, dava alla schiavitù uno sviluppo quale non s'era veduto fino allora che nelle Indie occidentali: «acquistare schiavi negri, senza i quali un piantatore non può mai fare gran cosa» divenne da allora in poi la grande preoccupazione degli emigrati; e la tratta dei negri, esercitata in quel tempo sulla più vasta scala da mercanti europei ed americani, da commercianti olandesi di New York e da schiavisti puritani di Boston, ne fornì in tanta copia al paese che nel 1754 essi erano circa 40.000 di fronte ad altrettanti bianchi, proporzione la quale salirà in seguito a 22 schiavi contro 12 liberi, nonostante la distruzione dei negri operata dal clima e dal lavoro! E con tutto ciò il prodotto era pur sempre inferiore alla richiesta d'un mercato ogni giorno più vasto; cosicchè, non bastando i negri all'avidità dei coloni, che con febbre crescente allargavano le colture sul vergine suolo, anche gli indigeni, com'era avvenuto nei possessi spagnoli, furono sottoposti alla schiavitù.

Da ciò nuove ragioni di ostilità da parte degli Indiani spogliati del loro suolo e lotte fierissime tra bianchi e Pelli Rosse, i quali trovavano non di raro un ausiglio potente in quegli Spagnuoli, che pretendevano essi pure al possesso del paese. Malcontenti dello sviluppo della Carolina, adirati che in Charleston trovassero rifugio i pirati dei loro possessi, gli Spagnuoli già nel 1686 armavano da S. Agostino una spedizione che saccheggiava e distruggeva lo stabilimento scozzese di Edisto: nei primi anni del secolo seguente i Caroliniani prendevano la rivincita saccheggiando Sant'Agostino, donde più tardi un nuovo attacco spagnuolo contro la stessa Charleston, andato però a vuoto.

In queste lotte la Carolina doveva difendersi da sè, chè i «proprietors» non solo mancavano di forza sufficiente a salvaguardarla, ma bene spesso le impedivano per fini politici o personali di condurre con troppo vigore la lotta; donde il dilagare del malcontento nei coloni, insofferenti della supremazia ed irritati della politica finanziaria per loro gravosa di quei «proprietors», che «non davano alcun aiuto nel momento del bisogno e si ricordavano d'aver solo dei diritti, ma però nessun dovere», malcontento della colonia, cui faceva eco, spalleggiandola, il Parlamento inglese avido di estendere anche sopra di essa il suo dominio. Nel 1719 una generale per quanto pacifica insurrezione poneva fine al sistema dei proprietari, ed il governatore della Virginia prendeva le redini del governo in nome della corona inglese: dieci anni dopo i «proprietors» rinunciavano dietro compenso di 17.500 sterline ad ogni loro diritto. Il paese costituiva così una nuova colonia autonoma, col nome di Carolina del Sud, una colonia che meglio ancora della Virginia era destinata ad offrire il vero tipo d'una società a schiavi. Mentre infatti nella Virginia i piantatori sono costretti a far istruire i loro figli all'estero, in un ambiente cioè diverso e sotto l'impulso quindi di altre idee, quelli della Carolina trovano in Charleston, dove passano una parte dell'anno, la vera capitale del loro mondo ristretto, la città dove possono con tutta sicurezza educare alle idee schiaviste i propri figli. Nella Carolina meridionale si vedeva così la schiavitù divenire la pietra angolare del sistema sociale, il fattore capitale della sua storia.

§ 4. Georgia. — L'esperimento politico del Locke era svanito come bolla di sapone prima ancora d'esser iniziato, ma non per questo l'America cessava d'esser il campo di nuovi esperimenti sociali, destinati essi pure a naufragare contro gli scogli di quella realtà, che non si svolge sulla trama segnata dalla mente individuale ma su quella preparata dai precedenti storici e geografici.

Quando anche l'ultima ombra di dominio spariva pei proprietari della Carolina, già si pensava nell'Inghilterra di tentare nell'estrema zona meridionale di essa un «santo esperimento». Lo concepiva un ardito e tenace generale inglese, Giacomo Oglethorpe, nel quale il mestiere dell'armi non aveva soffocato i sensi più generosi del cuore, l'amore sentito per l'umanità sofferente. La ferocia della legislazione dell'epoca, di quella in ispecie contro i debitori insolventi, di cui ben 4000 all'anno venivano condannati al lento martirio di crudo carcere, non pochi per non uscirne mai più, aveva richiamato l'attenzione del generoso filantropo, il quale cercando i rimedi di tanto male, ideava un salvataggio per questi infelici nella creazione d'una colonia, di cui facevasi apostolo caldissimo presso il parlamento, presso la corte, presso il pubblico. La sua propaganda aveva luogo in un'epoca in cui l'Inghilterra mirava ad estendere i suoi possessi, proprio negli anni che lo stabilimento di nuove piantagioni al sud della Carolina meridionale diventava oggetto di ripetuti progetti, cui solo il timore degli Spagnuoli pretendenti a quel paese impediva di dare pratica attuazione; cosicchè non riuscì difficile all'influente uomo politico di ottenere da Giorgio II nel 1732 una patente, che gli accordava per 21 anni il paese compreso tra i fiumi Savannah ed Alatamaha, fra l'Atlantico ed il Pacifico, per tentare il suo «santo esperimento» di colonizzazione in quel disputato territorio. La definizione di «deposito fiduciario pei poveri» ed il sigillo portante un gruppo di bachi da seta col motto «non sibi sed aliis» indicano che doveva essere materialmente e moralmente nell'animo del suo fondatore la futura colonia, la quale veniva aperta a tutti, anche agli ebrei, meno che ai papisti, col nome di Georgia Augusta in onore del re.

Salpato l'anno stesso con 120 emigranti alla volta d'America, l'Oglethorpe drizzava la sua tenda all'ombra di quattro pini sulla riva collinosa del fiume Savannah, là dove sorge la città omonima. La fama l'aveva preceduto in quelle solitudini ed al «bianco grande e buono» si presentava un capo indiano, offrendogli una pelle di bufalo, sul cui interno erano dipinte rozzamente la testa e le penne d'un'aquila: «le penne dell'aquila, diceva l'indiano, sono morbide e significano amore; la pelle del bufalo è calda ed è il simbolo della protezione. Quindi ama e proteggi le nostre famiglie». Ed il saggio accoglieva con amore quei poveri diseredati della natura, pagava loro il territorio da occupare e rimaneva tutta la vita l'amico fedele della razza conculcata; mentre gl'infelici ed i perseguitati della razza conculcatrice venivano essi pure a cercare un rifugio nella sua colonia. Erano sopratutto fratelli moravi, che perseguitati ferocemente nell'Austria fondavano nel 1734 in Ebenezer nella Georgia un florido stabilimento, dato alla frutticultura, alla produzione dell'indaco, e con successo ancor maggiore all'allevamento dei bachi da seta, che rimase fiorente in Georgia fino alla Rivoluzione. Nè meno prosperi furono gli stabilimenti fondati nel paese da Highlanders scozzesi e dati allo stesso genere di colture.

L'istruzione, trascurata o non voluta addirittura nelle altre colonie meridionali, era qui in pregio, cospirando con le intenzioni dell'Oglethorpe, colla coltura intensiva del suolo e coll'origine dei coloni alla riuscita del «santo esperimento». Minacciavano, è vero, di farlo abortire gli Spagnuoli della Florida, i quali durante la guerra anglo-ispana attaccavano la nascente colonia, ma senza alcun risultato; chè, se l'Oglethorpe doveva rinunciare nel 1740 al tentato assalto di S. Agostino, gli Spagnuoli invasori dovevano essi pure ritirarsi dopo avere impinguato di loro cadaveri le zolle della Georgia. Ben diverso era il nemico, che dovea qui pure annientare in brevi decenni l'opera dell'Oglethorpe, un nemico impersonale e perciò invincibile: nel 1736 alcuni cittadini di Savannah avevano fatto una petizione per l'introduzione di schiavi negri, ma la proposta aveva naufragato contro la tenacia dell'Oglethorpe, il quale, coerente ai principî della sua filantropia ignara di ogni distinzione di razza, dichiarava che «se gli schiavi vi fossero stati introdotti, egli non si sarebbe più occupato della colonia».

Partito però l'Oglethorpe nel 1743 alla volta dell'Europa per non ritornare mai più nella sua colonia, la schiavitù dei negri non tardava ad introdursi nella Georgia insieme coi figli dei piantatori della Carolina e della Virginia: latifondo e schiavitù soppiantavano in breve quella coltura intensiva, su cui riposava il trionfo della filantropia del fondatore, e coi prodotti della vicina Carolina s'iniziava anche nella Georgia un tipo di società da quella non dissimile, una società in cui sulla base infame della schiavitù aumentava rapidamente la popolazione e la ricchezza: da 3000 anime, chè tante ne contava al 1755, la Georgia salirà nel 1783 a ben 80.000! E come nella forma sociale così in quella politica la Georgia terminava coll'uguagliare la Carolina, chè i «fiduciari» investiti di essa insieme con l'Oglethorpe, divenuti impopolari per la loro legislazione vessatoria, terminavano col rinunciare alla carta; e la Georgia si trasformava così in colonia regia.

§ 5. La società meridionale: suoi elementi e sua coesione. — Dalle frontiere settentrionali del Maryland a quelle meridionali della Georgia noi vediamo dunque, nonostante la diversità d'origine, d'abitanti, di tradizioni, costituirsi sotto l'influsso degli stessi fattori economici una società, che offre tratti comuni, che presenta una grande conformità di vita, una perfetta omogeneità d'interessi e di tendenze. La schiavitù è il cemento che unifica socialmente queste colonie, lo stampo comune in cui si plasma la loro vita. Introdotta senza distinzione in tutte quante le colonie, nel settentrione e nel centro come nel mezzogiorno, qui sola essa trova quel complesso di condizioni, che ne fanno la forma di lavoro predominante dapprima, esclusiva in seguito, elaborando una società in cui i rapporti economici, politici, intellettuali e morali si fondano su di essa. Nelle altre parti del paese invece, per quanto largamente rappresentata, la schiavitù rimane sempre una forma di lavoro sussidiaria, tale cioè da non impedire lo sviluppo del lavoro libero con tutte le sue conseguenze economiche e sociali.

Laddove infatti nelle colonie settentrionali e centrali i prodotti più adatti al suolo ed al clima sono i cereali, nelle meridionali sono il tabacco, il riso, lo zucchero, il cotone, tutti prodotti cioè, la cui cultura a differenza dei primi richiede come condizione essenziale associazione ed organizzazione di lavoro su vasta scala, unitamente a concentrazione di lavoratori su un piccolo spazio di terreno, ed è possibile solo dove abbonda un suolo fertile e nella pratica illimitato. Questo secondo requisito non mancava certo nel Sud: al primo, alla grande richiesta cioè di braccia, si cercava di soddisfare in sulle prime con la servitù dei bianchi. Malfattori, che commutavano la galera inglese col lavoro obbligatorio della piantagione americana, debitori insolventi, emigranti che doveano pagare col proprio lavoro le spese del viaggio, servi per contratto legale, prigionieri di guerra scozzesi ed irlandesi, avanzi della ribellione scozzese del 1666, della cospirazione di Monmouth del 1685, dell'insurrezione giacobina del 1715, malviventi reclutati nella madrepatria in una specie di razzie amministrative, costituivano l'elemento servile, a fornire il quale non pensava solamente il governo inglese ma era sorto un vero commercio regolare di carne umana, che, per quanto si macchiasse di furti di ragazzi rubati alle case, alle officine ed ai campi, procurava pur sempre buoni guadagni ai negozianti di Bristol. Questa stessa immigrazione servile non offriva però braccia sufficienti ai piantatori per allargare successivamente le culture in modo adeguato alla richiesta di prodotti ogni giorno maggiore. Al poco abbondante mercato bianco si sostituiva così quello negro: l'Africa era un serbatoio inesauribile di lavoratori, che avevano su quelli europei il vantaggio di poter essere tenuti a vita, di esser più adatti alle fatiche nelle calde pianure della Virginia e più ancora fra i miasmi delle paludi caroliniane coltivate a riso, di costare assai meno pel mantenimento, di riuscire infine un perfetto automa incapace di ribellione, uno strumento agricolo e nulla più. Esisteva, è vero, il danno economico d'un lavoro meno intelligente e meno produttivo per esser dato di mala voglia, ma la terra era così fertile e così vasta che il danno riusciva insensibile di fronte ai grandi vantaggi. Il vantaggio individuale dei coloni collima per di più con quello nazionale della madrepatria, che, ingaggiatasi nell'infame commercio dei negri sin dai tempi di Elisabetta, nei sec. 17º e 18º vi si slanciava a capofitto tanto da riportarne il primato su tutte le nazioni. Nel 1662 si fondava la «regia compagnia africana» alla cui testa stava il duca di York, ed in cui era impegnato lo stesso re; il libro degli statuti inglesi del 1695 dichiarava esser la tratta, secondo l'opinione del re e del Parlamento «altamente benefica e vantaggiosa al reame ed alle colonie»; nel 1698 e nel 1711 delle commissioni dei Comuni peroravano la libertà della tratta, dichiarando «doversi provvedere di negri le piantagioni ad un prezzo ragionevole»; la regina Anna raccomandava ai governatori americani «di prestar il debito incoraggiamento ai mercatanti di schiavi ed in particolare alla regia Compagnia Africana»; nel 1739, abolito ogni monopolio in tale ramo di commercio, la tratta si lasciava libera a tutti i sudditi inglesi e le colonie americane, inglesi e spagnole, venivano talmente inondate di schiavi che nel solo anno 1771 i cento e più negrieri della sola Liverpool scaricavano nel Nuovo Mondo ben 28.600 schiavi negri!! Mercanti di schiavi, armatori, capitani marittimi, marinai, agenti speciali sulle coste d'Africa e d'America, banchieri e così via, tutti trovavano lavoro e lucro in questo infame commercio, pel quale militavano sì potenti interessi, che non fa meraviglia se nel secolo 18º si osò affermare, e non una volta, nel parlamento inglese che la tratta era una faccenda decisamente «nazionale».