Vantaggio economico immediato da parte del piantatore, eccitamento da parte della madrepatria spiegano quindi come la schiavitù dovesse svilupparsi tanto rapidamente, da diventare in breve la forma di lavoro esclusiva dovunque le condizioni territoriali lo permettessero. Legata infatti alla madre terra non meno di quello che lo fosse il lavoro libero nel Nord, essa è propria della pianura costiera e dei terreni paludosi del Sud, andando le sue sorti di pari passo con quelle del tabacco, dello zucchero, del riso, del cotone; laddove essa s'arresta anche nel Sud davanti alle alture della Virginia, della Nuova Carolina, della stessa Sud Carolina e della Georgia, nelle quali può mantenersi nell'età coloniale come in seguito la piccola agricoltura esercitata esclusivamente o quasi da bianchi. È questa però l'eccezione, che non altera per nulla nelle linee generali la vita del paese, dove il latifondo coltivato a schiavi costituisce la pietra angolare di tutto il sistema sociale.
Alla base di questo sta la casta degradata ed oppressa degli schiavi, cui è patria d'origine l'Africa tenebrosa, dove vanno a comperarli lungo la costa per un raggio di circa 40 gradi, dal capo Bianco al capo Negro, nella Senegambia, Sierra Leone, Liberia, Alta e Bassa Guinea, gli infami mercanti di carne umana. Centinaia e centinaia di tribù, appartenenti nella grande maggioranza al tipo negro, il meno sviluppato socialmente ed intellettualmente delle razze africane, ma diverse fra loro per lingua usi e costumi, costituivano la grande riserva della schiavitù coloniale: il loro stato sociale passava per tutte le più insensibili sfumature da una semibarbarie, ad una vita puramente vegetativa; l'assolutismo più feroce, il feticismo, i sacrifici umani, la poligamia, spesso il cannibalismo erano e sono tutt'oggi il retaggio di tali tribù, non uscite ancora per la massima parte da quella fase, che il Letourneau chiamerebbe della «morale bestiale».
Condotti al mare dopo una marcia spesso penosissima e di lunga durata, i poveri schiavi venivano stipati nella stiva d'un negriero ed ivi senz'aria, senza luce privi di cibo e d'acqua sufficiente, esposti ai tormenti ineffabili del tragitto transoceanico; al minimo cenno di ribellione si massacravano senza pietà, spesso in caso di burrasca si gettavano ai pescicani per alleggerire il vascello.
Per quanto aspra fosse la condizione dei negri durante la cattura ed il tragitto transoceanico, la sorte, che li attendeva nelle colonie meridionali, era forse peggiore. Quivi il negro diventava oggetto della legge, anzichè soggetto, cessava di esser persona e diventava cosa. Come cosa egli non poteva posseder nulla in proprio: il padrone poteva o no rispettare il peculio dello schiavo, il quale non riceveva alcuna sanzione nel giure coloniale, dove mancano quelle minute disposizioni sul peculium che si riscontrano invece nel giure romano; così lo schiavo non poteva impegnarsi per una somma, sia pure inferiore al suo peculio, senza il consenso del padrone, nè poteva col suo peculio emanciparsi. Gli oggetti, atti a facilitare la fuga o la ribellione degli schiavi, come cavalli, bestiame, barche, veicoli, armi etc., venivano rigorosamente esclusi per legge dal peculio, il quale consisteva d'ordinario nel piccolo pezzo di terra assegnato allo schiavo, perchè vi conducesse a proprio vantaggio la coltivazione che più gli piaceva. Ciò nelle piccole piantagioni costituiva un vantaggio pel padrone, giacchè lo schiavo ricavava talora dal suo peculio gran parte dei mezzi di sussistenza: dove invece i viveri erano a buon mercato o la piantagione ne provvedeva in abbondanza pel consumo di tutti gli schiavi, il padrone trovava più conveniente negare allo schiavo anche questo pezzo di terra, per sfruttare così a proprio vantaggio esclusivo tutta la sua forza di lavoro. Quanto al trattamento dello schiavo nelle piantagioni del Sud troviamo orrori e miserie senza nome: dall'alba al tramonto un lavoro faticoso, che dura le 16 e perfino le 18 ore, sotto la sferza del sole e lo scudiscio del sorvegliante, un alimento ed un vestito appena sufficienti alla vita, una lurida capanna di assi mal connesse fra loro, ecco in breve la vita fisica dello schiavo, vita però che non ha raggiunto ancora quel maximum d'orrore, che raggiungerà coll'aprirsi dell'era cotonifera.
Nè migliore è la condizione morale dello schiavo: come cosa anzichè persona egli non ha alcun diritto riconosciuto dalla legge, neppure quello del matrimonio; i suoi rapporti famigliari sono ridotti ad una crudele ironia, la sua famiglia minacciata continuamente di separazione. Condannato dalla nascita all'ultimo grado dell'abbiezione sociale, il negro non può rialzarsi neppure in seguito al battesimo, giacchè su questo punto è avvenuto un tacito accordo fra proprietari e chiesa: molti padroni del resto sia per uno scrupolo di coscienza, sia pel timore che il cristianesimo diventi nella mente del negro avvilito un fomite di ribellione, vietano addirittura ai loro schiavi il battesimo. Lo stesso timore impedisce nella massima parte dei casi l'insegnamento religioso agli schiavi, come pure ogni forma d'istruzione, contro la quale non mancano delle leggi positive. Quando poi si concede l'insegnamento religioso, questo viene dato in una forma molto grossolana e diretto a rafforzare col suggello ecclesiastico la schiavitù più degradante per la natura umana: in una raccolta di prediche stampate nel 1749, per servire di modello a ministri della religione cristiana, è detto chiaramente che Dio ha fatto gli uomini alcuni per dominare, come i mercanti ed i piantatori, altri per lavorare e servire, e che nulla può mutarsi della volontà divina; che se i servi avessero obbedito ai padroni, avrebbero lavorato per la propria felicità in cielo, dove ognuno sarebbe diventato un libero ed agiato fannullone ed avrebbe trovato quelle ricchezze e quei piaceri, che aveva desiderato in vita; che il dovere infine degli schiavi era di lavorare durante la settimana, pregare la domenica, perchè solo a questo modo sarebbero giunti alla beatitudine[13].
Se questa turba senza nome di negri abbrutiti costituisce la base della piramide sociale, il vertice ne è dato dai proprietari di essa, dai latifondisti, i quali possedendo le terre più fertili e l'unico capitale del paese, gli schiavi, formano l'aristocrazia, la classe dominante anche nel campo politico. Essa sola vive nell'agiatezza o nella ricchezza, essa sola ha modo di istruirsi. Esonerata dalla necessità di impiegare l'intelligenza e l'opera nell'impresa privata pel processo automatico di produzione proprio della schiavitù, la vita pubblica diventa il fine pressochè unico della sua attività; ed in essa porta tutti quegli istinti d'orgoglio, d'ambizione, d'arbitrio, di dispotismo, che va innestandole nell'animo fra le mura domestiche il potere assoluto sullo schiavo: «ogni proprietario di schiavi, diceva il Mason, è nato tiranno». Nè solo la direzione politica del paese, ma quella stessa spirituale è riservata a tale classe, giacchè il clero della chiesa dominante, la episcopale, si compone generalmente di piantatori. Non mossi per lo più che dal desiderio d'impinguare le loro rendite nell'assumere il sacro ufficio, questi ministri del culto penseranno bene spesso alla caccia, al giuoco ed alla bibita più che alla cura delle anime, mutando in tante occasioni d'orgia i matrimoni, i battesimi ed i funerali. Non mancherà fra essi chi al momento della comunione griderà al sacrestano «ohi Giorgio, questo pane non è buono nemmeno pei cani»; nè chi si batterà in duello nel cimitero attiguo alla chiesa; nè chi alla festa si farà portare a casa su un seggiolone, ubbriaco fradicio.
Fra l'incudine ed il martello, fra la classe degli schiavi negri e quella dei latifondisti, sta la classe dei bianchi senza possesso, dei futuri «mean whites», la quale per quanto vittima della schiavitù ha così poca coscienza di ciò da farsi la sostenitrice più zelante di essa. L'estensione illimitata della terra fertile e l'alto prezzo dei suoi prodotti, l'inesauribilità delle braccia schiave fanno dell'agricoltura l'impiego più proficuo e più facile del capitale, cosicchè questa per la legge psicologica del minimo sforzo bandisce dal mezzogiorno ogni forma d'attività economica, che non sia l'agricola. In esso quindi nessuna industria, nessuna manifattura: perfino gli oggetti di legno verranno importati dal di fuori. Anche il commercio d'esportazione ed importazione non sarà fatto per il vasto paese che da tre o quattro centri, da Baltimora per il Maryland e la Virginia, da Charleston per le Caroline, da Savannah per la Georgia.
L'unica industria del paese rimane dunque l'agricoltura, ma anche da questa è esclusa la popolazione bianca senza capitali, giacchè per una legge economica troppo nota il lavoro schiavo soppianta il libero, tanto più che il lavoro manuale, retaggio dello schiavo, sembra una vergogna agli occhi del bianco povero. Questi si mette quindi ai servigi del latifondista, come soprintendente, amministratore, maestro, cliente in una parola; e quando non trova come occuparsi si dà alla vita semiselvaggia, pago ai prodotti della caccia e della pesca. La schiavitù infatti, mentre condanna i bianchi poveri all'inazione, offre pur loro i mezzi di vivere senza lavorare. Il carattere capitale dell'agricoltura a schiavi è invero l'esaurimento rapidissimo della terra, dovuto all'impossibilità delle rotazioni agrarie con lavoratori così poco versatili quali gli schiavi negri. Col mancare della fertilità del terreno però il lavoro schiavo, dato l'enorme suo costo, diventa addirittura passivo, donde la necessità pel piantatore d'aver alla mano sempre nuove terre feconde da sostituire a quelle già sfruttate, donde insieme col latifondo la presenza di lande deserte, caratteristica delle stesse regioni popolate del Sud. Queste lande appunto divengono il rifugio dei bianchi poveri disoccupati, i quali possono condurvi la loro vita errabonda: ad essi i dominatori del paese possono ricorrere per salvare i loro possessi dalle scorrerie degli Indiani, per ispegnere il minimo tentativo d'insurrezione servile.
Da qualunque lato insomma si consideri, da quello economico come da quello politico, la piantagione si presenta come la cellula fondamentale di questa società composta di piantatori e di schiavi. Con la sua unica abitazione centrale, col suo sbocco sul fiume in riva a cui per lo più siede, col suo signore attorniato da schiavi e da clienti, la piantagione circondata bene spesso dal deserto è un mondo a sè e basta a sè stessa; le piantagioni vicine si aggruppano per gli interessi comuni nella contea, i cui affari vengono amministrati da pochi piantatori col titolo di «giudici di pace». La vita collettiva dei centri abitati, palestra di educazione politica, intellettuale e morale, è ignota può dirsi a questo paese, dove i piantatori vivono isolati gli uni dagli altri nei loro immensi dominî senz'altro commercio quotidiano che coi loro schiavi, dove mancano nonchè le città le abitazioni in vista ed a portata l'una dell'altra, dove la popolazione è tanto dispersa che vi sono parrocchiani distanti talora decine di miglia dalla loro chiesa!
L'ignoranza estrema del popolo sarebbe, insieme con l'assenza completa di ogni attività politica presso di esso, la conseguenza necessaria di tale stato di cose, quand'anche i latifondisti non fossero gelosi di ogni istruzione impartita alle masse. «Io ringrazio Dio, diceva nel 1671 il dispotico governatore virginiano William Berkeley, che non esista nella colonia nè stampa, nè scuole libere, e spero che non ne avremo da qui a cent'anni, perchè la scienza ha generato l'insubordinazione, l'eresia e le sette che desolano il mondo; la stampa le ha propagate; è essa che ha divulgato così i libelli contro il migliore dei governi. Che Dio ci preservi da tutte e due!». La stampa s'introdurrà più tardi, nonostante questo scongiuro, nella colonia; ma fino al 1776 la Virginia non avrà che una sola stamperia interamente sotto la mano del governatore. Lo stesso «Collegio di Guglielmo e Maria», una specie di università virginiana inaugurata nel 1700, non sembra che esercitasse troppa influenza intellettuale sulla colonia, a giudicare almeno da quanto scriveva uno studente nel 1730: «abbiamo qui un collegio senza oratorio e senza statuti, una biblioteca senza libri ed un preside senza autorità».