«Fratelli, disse, sentite quello che vi dico. È vero che mi piace scherzare e fare il chiasso, ma in fondo un po’ di testa ce l’ho anch’io. Con questo tesoro che ci ha dato la fortuna noi ce la potremo passare allegramente per tutta la vita, spendendo senza risparmio giacchè a noi questo danaro non ci costa nulla. Stamattina, per Iddio immortale, chi di noi avrebbe pensato a tanta fortuna? Per potercelo godere in pace, tutto quest’oro, bisognerebbe portarlo via di quì, in casa mia o in casa vostra, giacchè è nostro: ma come si fa a portarlo via di giorno? Se ci vedessero ci prenderebbero per ladri, e anche di quelli grossi, e il nostro tesoro finirebbe per mandarci alla forca. Però bisogna portarlo via di notte e con la più grande accortezza e precauzione. Io proporrei, quindi, che si tirasse alla paglia più corta,[11] per vedere chi di noi debba andare in fretta in città a comprare (senza dar nell’occhio alla gente) del pane e del vino per tutti. Gli altri due intanto resteranno a guardia del tesoro, e se colui che va in città si sbrigherà presto, giunta la sera porteremo via il tesoro, e lo nasconderemo, d’amore e d’accordo, dove crederemo meglio».
Così dicendo strinse egli stesso nel pugno tre fili di paglia, e fece tirare agli altri due per vedere su chi cadeva la sorte. Toccò al più piccolo, il quale andò subito in città. Appena si fu allontanato un poco, uno degli altri due rimasti a guardia del tesoro disse: «Senti, tu hai giurato di essermi fratello, perciò io ti voglio fare una proposta che sarà utile anche a te. Il nostro compagno se n’è andato, e ci ha lasciati qui con tutto quest’oro, che dovrebbe essere diviso in tre parti: se io avessi trovato il modo di dividerlo, invece, fra noi due soli, non ti pare che ti avrei reso un servizio proprio da amico?».
L’altro rispose: «Io non vedo come tu possa far questo. Poichè egli sa bene che l’oro l’abbiamo in consegna noi: quindi che cosa potremo fare? Come ce la caveremo?» «Mi posso fidare, soggiunse allora il primo malandrino? Se me lo prometti, ti dirò in poche parole quello che dovremo fare e che condurremo, senza dubbio, a buon fine». «Ti giuro sulla mia parola, rispose l’altro, che io non ti tradirò mai davvero».
«Or bene, riprese il primo, noi siamo in due: due hanno più forza di uno solo. Tu dunque sta attento appena egli si sarà messo a sedere in terra per mangiare: allora alzati in piedi, e vagli addosso come per fare uno scherzo, ch’io intanto lo colpirò con la mia spada ai fianchi. Tu poi, fingendo sempre di scherzare, tienlo fermo a terra, e cerca di colpirlo anche tu con la spada, e vedrai, mio caro amico, che tutto quest’oro ce lo divideremo fra noi due. Allora sì che potremo godercela davvero, e levarci la voglia di giuocare ai dadi.» Così i due malandrini si misero d’accordo per uccidere il loro compagno.
Il più giovane, intanto, il quale si era recato in città, per la strada non faceva che pensare alla bellezza di tutti quei fiorini nuovi di zecca e luccicanti, e fra sè pensava: «Dio, se potessi diventar padrone io solo di tutto quell’oro, non ci sarebbe al mondo persona più felice di me!» E andò a finire che il diavolo, nemico e tentatore del genere umano, gli mise in testa di comprare del veleno per avvelenare gli altri due. Il diavolo il quale non desiderava che che questo, colse subito l’occasione favorevole, vedendolo così ben disposto, per condurlo alla sventura. Ed infatti lo sciagurato decise risolutamente di uccidere i suoi compagni, senza pietà.
Quindi, senza por tempo in mezzo, giunse in città, e recatosi da uno speziale, lo pregò di volergli vendere del veleno, per uccidere certi topi che lo molestavano in casa, e una faina che gli aveva ucciso i capponi in una sua cascina. Così, se gli riuscisse, avrebbe la soddisfazione di vendicarsi di quegli animalacci distruggendoli in una notte.
Lo speziale gli rispose: «Lascia fare a me: ti darò una certa cosa io, che (Dio mi salvi l’anima se è vero) chiunque ne assaggi solo quanto un chicco di grano, muore in pochi minuti. Il mio specifico è così potente ed efficace, che farà più presto chi ne ha mangiato a andare all’altro mondo, che tu a fare nemmeno un miglio di strada.»
Quello sciagurato prese il veleno, chiuso dentro una scatola, e corse nella strada vicina da un tale a farsi prestare tre grosse bottiglie. In due vi mise dentro il vino avvelenato, la terza la lasciò vuota per metterci da bere per sè, poichè prevedeva che nella notte avrebbe avuto un gran da fare a portar via di là tutto quell’oro. Sistemate per bene le tre bottiglie, lo sciagurato furfante tornò dai suoi amici.
Ma perchè farla ancora più lunga? I due che erano rimasti a guardare il tesoro ed avevano deciso la morte del compagno, lo uccisero senz’altro; e poichè l’ebbero morto uno di loro disse: «Ora mettiamoci a sedere e beviamo allegramente, poi penseremo a seppellire il cadavere.» E presa per caso una delle due bottiglie di vino col veleno, trincò e fece trincare anche all’altro, e poco dopo morirono tutti e due avvelenati.
Sbaglierò, ma io credo fermamente che Avicenna in nessuna parte del suo «Canone» abbia mai descritto sintomi di avvelenamento più tremendi di quelli che ebbero quei disgraziati prima di morire. Così, dunque, morirono i due omicidi e il traditore che voleva avvelenarli.