«Presto (indi soggiunse), quanti menestrelli e cantori di geste[8] sono qui, mi raccontino, mentre indosso le mie armi, fatti e avventure di re, di papi, di cardinali, e qualche storia d’amore.»
Gli portarono per prima cosa il dolce vino, poi gli porsero in una coppa un aromatico miscuglio di panforte finissimo, liquirizia, e semi di comino con zucchero raffinato[9].
Quindi il prode cavaliere si vestì coprendo le sue bianche carni con una camicia e un paio di calzoni di stoffa finissima. Poi indossò una casacca, e si cinse, a difesa del cuore, di una maglia di acciaio.
Sopra la maglia mise una solida corazza, prezioso lavoro di un giudeo, e finalmente indossò la sua cotta d’armi, candida come un giglio, con la quale egli dovea andare in battaglia contro Ser Elefante.
Il suo scudo era sfolgorante d’oro, con una testa di cinghiale nel mezzo, accanto alla quale brillava un carbonchio. Mentre si vestiva giurò, solennemente, sopra la birra e il pane, che il gigante sarebbe morto sotto i suoi colpi, a qualunque costo.
Aveva un paio di stivali di pelle conciata nell’acqua bollente, ed una sciabola con la guaina d’avorio; l’elmo era di ottone lucido. La sella era bellissima[10], e la briglia avea fulgori di sole e di luna.
La sua lancia, nemica della pace e apportatrice di guerra, era di cipresso fino con la punta ben affilata. Il cavallo, dal mantello pomellato, aveva un’andatura semplice e tranquilla. E qui, signori miei, è finita la prima parte del mio cantare[11]. Se ne avete voglia ancora, cercherò di contentarvi.
Dunque, pour charité, signore e signori gentilissimi, non aprite bocca, e state attenti, che ora si parla di armi, di cavalieri, di donne, di cortesie e di amori.
Che cosa sono i famosi cantari del giovine Horn, di Ipotis, di Bevis, di Ser Guy, di Ser Libeux, e di Pleindamour[12], in confronto a quello di Ser Thopas, che era il vero fiore della cavalleria?