È un cespuglio od un arboscello, il quale dal sud del tropico al mar Rosso e nel Samhar Eritreo, ha la stessa diffusione della Hemprichia erythraea Ehr., però ascende più in alto su i declivi montuosi confinanti col mare. È noto generalmente che questa specie somministra la «mirra» del commercio odierno, come quella che si esporta dal sud dell’Arabia e dal paese dei Somali, da Aden, Hodeidah etc. Intanto io non ho nessuna prova per questa identificazione, perchè non mi è accaduto mai di osservare su i fusti di questa specie una secrezione resinosa, quantunque io abbia avuto occasione di studiare la pianta in tutti i tempi dell’anno e nei punti più differenti delle rive del mar Rosso. Soltanto alle estremità dei rami, che sovente si mostrano come verniciati, si trova una secrezione come di una massa vischiosa, a modo di vernice molto densa e di gradevole odore.
Nei bazar di droghe nei paesi Orientali troviamo conservate vicine due specie di balsami l’uno differente dall’altro, il «balasem» balsamo della Mecca e la «Mirra» (mur-heggiasi). Il primo è una specie di trementina liquida, il secondo è una resina solida difficilmente combustibile.
«La resina liquida, dice Figari, gode sempre grande stima come medicamento vulnerario, o come contravveleno al morso degli animali velenosi». Nell’Arabia felice questa specie chiamasi «bisciâm». Il Dr. E. Glaser, la cui autorità nella conoscenza dell’Arabia non si può in alcun modo mettere in dubbio, sostiene di aver veduto raccogliere da questa pianta la Mirra.
Il medico veneziano Prospero Alpino nel 1582 ha dato per la prima volta una perfetta figura di questa specie e la designa col nome di «balsamum»[5]; il nome di Mirra non si rinviene affatto nella sua opera. Alpino trovò questa pianta coltivata al Cairo come residuo di antichi tentativi di acclimatazione, ed egli constata la tradizione che l’origine della provenienza sia a Mecca. Non cade dubbio che quello che in Egitto va sotto il nome di «balasem» sia il prodotto della Commiphora Opobalsamum Engl.
Forskal che nel 1761 esplorò come botanico l’Arabia Felice, a proposito di questa specie non fa menzione della Mirra; egli la chiama «Abuschâm» (più correttamente «bisciâm» e dice (Flora Aeg. Arab. p. 80): «Conosco ancora due altri alberi che si chiamano coi nomi di «Schadjaret el murr» (i.e Arbor Myrrhae) e «Chadasch»[6] i quali, se si deve prestar fede a quelli che lo garantiscono, devono essere molto simili alla specie descritta».
È ancora da notare che la denominazione di Balsamodendron Myrrha colla quale il botanico Nees von Esenbeck distinse una delle piante raccolte dall’Ehrenberg nell’Yemen, è fondata sopra un errore, nel quale si sono confuse le note di erbario dell’Ehrenberg[7] ed è stata distinta come Mirra per eccellenza una specie, che non è affatto aromatica, e meno ancora secerne una resina. Io ho dovuto denominare ciò non pertanto Hemprichia Myrrha Schwfth. questa specie inodora, circoscritta all’Arabia felice, per serbare la precedenza al nome più antico.
Però sulla quistione dei balsami e della mirra non è stato peranco detta l’ultima parola, a cagione della sconfinata letteratura, accumulatasi su di ciò da qualche secolo. Per quanto ci consta, è solo permesso di ammettere:
1º che il Balsamo degli arabi deriva dalla Commiphora Opobalsamum Engl.
2º che non conosciamo come si ricava.
3º che il balsamo è un aroma.