La marchesa D'Arcole, la generalessa Brocca di Broglio e madama Kraupen godevano davvero di una autorità incontrastata nell'olimpo veronese; ma per altro chi vi dettava legge, l'idoletto che tutti adoravano, era la contessina Eleonora di Castelguelfo.
La chiamavano contessina, sebbene da quasi due anni fosse maritata, per la graziosa piccolezza della persona; e gl'intimi suoi, a quel titolo in vezzeggiativo, aggiungevano ancora il nomignolo di Baby, appunto come l'avevano sempre chiamata fino da bambina. Eleonora era un nome troppo sonante e, specialmente, troppo lungo per lei; e la Baby, ch'era stata una bimba carina e capricciosa, s'era fatta una piccola bellezza capricciosa e carina ma restando sempre un baby. Le lacrime, che schiudono la vita della donna, come la rugiada quella dei fiori, non le aveva ancora conosciute. Dal giorno che era nata, tutti avevano sempre fatto a modo suo; e la cosa pareva tanto naturale, che non se ne lagnava nessuno, e la Baby non se ne accorgeva.
Quando s'era maritata, non aveva più che la mamma: e anche questa le morì poco dopo. Allora fu di moda a Verona, che le signore più elette si dessero l'aria di consigliarla, di guidarla, insomma di tenerla di conto, come fosse un po' il Baby di tutte quante. La contessina rideva e le lasciava dire, ma, in fine, erano sempre loro che la seguivano e la obbedivano in ogni capriccio.
Il matrimonio della Castelguelfo (essa aveva sposato un cugino, quasi della sua stessa età) era stato affrettato dalla previdenza della madre sua, che sentendosi malandata assai di salute, voleva vedere la figliuola collocata, prima di chiudere gli occhi. Ma la Baby era ancora un po' giovane per il matrimonio; e un po' giovane e inesperto il marito. Questi, incantato del nuovo e piacevole giocattolo che gli avevano dato, voleva goderselo troppo e però la Baby ne rimase urtata e seccata; i suoi nervi si ribellavano, e il povero marito dovette rassegnarsi, e andare a Vienna per qualche tempo a fare l'addetto a quell'ambasciata.
E come prima avevano fatto le signore, quando era morta la mamma, adesso, partito il marito, cominciarono i campioni giovani e vecchi della galanteria veronese a montar la guardia attorno alla Castelguelfo. E di giorno, e di sera, essa non era mai sola; il suo salottino, il palco, la villa, erano sempre pieni di gente. Tutta gente che le faceva una corte assidua e chiassosa: tutta gente che si era innamorata di lei, perchè l'innamorarsene era di buon genere, e perchè i «nervi che si ribellavano» promettevano il quieto vivere e l'uguaglianza.
E la Baby, scintillante di giovinezza, colta, intelligente e destra assai, governava quel piccolo popolo di somarelli impomatati coll'allegria del riso giocondo che le usciva dalle labbra come un invito e una carezza, e le traspariva insieme dagli occhi vivi, penetranti, come una malizietta piacevole. Essa suscitava, a tempo debito, gelosie miti, dispettucci innocenti, lacrimucce appena tepide, e ciò per un mazzolino di fiori, o per un invito a pranzo, o per i posti che assegnava nella sua carrozza. Ma non aveva mai da temere una rivolta e tanto meno una defezione; i suoi innamorati, che si tenevano d'occhio a vicenda, a vicenda si confortavano; e amavano insieme, soffrivano insieme… e insieme non isperavano punto.
Aveva distribuito gradi e attribuzioni con savia prudenza. I giovanotti le proponevano gite, feste, partite di piacere; ma gli uomini posati, i tondeggianti nella pinguedine senile, dovevano approvarle e combinarle. Gli assidui l'aspettavano al teatro, sul corso, al caffè Vittorio Emanuele; ma erano sempre i più attempati che godevano l'ambito onore di accompagnarla, e in tal modo erano tutti contenti; gli uni nell'orgoglio di apparire pericolosi, gli altri nella piena soddisfazione della loro autorità.
«Accendo, ma non ardo» poteva essere il motto della Baby; e, infatti, anche nell'opinione della gente, essa usciva dalle fiamme che la circondavano candida e intatta come l'amianto. I suoi corteggiatori quando, dopo aver passata la sera da lei, ritornavano al club, erano chiamati scherzosamente gli Svizzeri di casa Castelguelfo, oppure, le guardie del corpo. Ed essi non se ne avevano a male; e se arrossivano un poco era soltanto di piacere; però stavano a crocchio fra loro soli, e se ne andavano uniti, come uniti erano venuti. Pareva vedere una nidiata di pulcini allevati dalla medesima chioccia.
La marchesa d'Arcole, madama Kraupen e la generalessa Brocca di Broglio erano poi le confidenti di quelle innocue passioncelle, e sostenevano le parti degli spasimanti contro le fantasie bizzarre della Baby.
—Come hai trattato male, ieri sera, quel povero Titta!—le diceva un giorno la marchesa.—È venuto da me che faceva pietà!