Allora, prima di entrare nel Camposanto, volle fare qualche passo lungo il fiume, e senza quasi avvedersene, andò innanzi fino all'altro ponte lontano, quello grande della ferrovia.

Cominciava il tramonto ed era di aprile. L'Adige rigonfio, bigio, passava mugghiando: le rive apparivano scialbe, fra una luce pallida, malinconica come quell'ora trista del giorno; ma in alto verdeggiavano superbe le colline, e il forte di San Pietro splendeva rosseggiante sotto l'azzurro del cielo, irradiato fantasticamente dall'ultimo sprazzo di sole.

Andrea rimase sul ponte a guardare, fermo, immobile per qualche minuto. Poi chinò il capo e discese.

—Ma perchè la chiamano Baby?—pensava:—Eleonora è così un bel nome!

Quando ripassò dal Ponte delle Navi per tornarsene a casa, s'incontrò in una carrozza a due cavalli che saliva al trotto. C'era dentro una signora, dell'altra gente, e tutti avevano in mano mazzi e canestri di fiori. Certo ritornavano dalla fiera. Ma la signora riconobbe il Santasillia e lo salutò chinandosi e voltandosi in atto molto amichevole. Era la Baby con Marco Baldi, Damonte e Scipio Spinola.

Andrea, colto all'improvviso, rispose in fretta al saluto, e subito arrossì, provando un senso di dispetto.

—Come mai quel balordo di mio cugino la lascia sempre sola?—E scosse il capo con aria di malumore.

—Certo, certo… io non ci metterò i piedi in casa Castelguelfo! Con tanta gente che ha sempre d'attorno?… Cheh! Nemmeno per idea!

Ma in quel punto la carrozza colla Baby gli passò dinanzi agli occhi come l'avea raffigurata fra la luce pallida, crepuscolare, e sentì ancora ripercuotere il trotto serrato dei cavalli.

VII.