La sua mente smarrita si ribellava contro la fede. E, in vero, perchè doveva egli credere? Quando era stata ben accolta la sua preghiera?—Lui, che aveva tanto supplicato, avea potuto ottenere la guarigione di Francesco Parabiano?… No.—Lui che avea tanto creduto, avea potuto prolungare di un giorno solo la vita dell'Adele?… No.—A lui, che aveva tanto sofferto, era stata concessa un'ora sola di riposo e di oblio?…—No. Mai!

Giovanetto ancora, egli era buono, onesto, pio, e tutto ciò non valse a difenderlo dal cattivo genio che lo spinse contro Francesco Parabiano e gli distrusse in un attimo la felicità appena intravveduta; la vita appena incominciata. Pure egli si era piegato senza imprecare a tanta sventura. Si era fatto operoso, sollecito del bene altrui, e sorretto da un raggio vivido di speranza e di amore salutava lieto la fine di ogni giorno, perchè ogni giorno trascorso era un nuovo passo ch'egli aveva fatto verso la cara perduta. La sua vita correva triste e solitaria, ma correva ed era tranquilla; e allora, sempre quel cattivo genio, gli volle negare anche la pace, e fu preso dalla piccola sirena, incosciente e spensierata, che per ridere o far ridere, gli aveva avvelenata l'anima e il sangue… Sì, sì, sì: egli rinnegava la fede e si ribellava contro il cielo. Egli non poteva credere altro che nel male, perchè il male era stato più forte e aveva vinto; egli non poteva credere altro che nell'inferno, perchè l'inferno lo sentiva nel cuore!

In quei pochi giorni, Andrea era diventato così macero, sparuto, giallo, da far paura e pietà. Quando gli fu annunziato l'arrivo di Giuliano ebbe prima un sorriso da ebete; poi si scosse all'improvviso, e lanciò sulla Baby un'occhiata torva, minacciosa, in cui lampeggiavano l'odio e la gelosia.

Il conte Giuliano aveva scritto da Navaledo che sarebbe arrivato a Peschiera alle sette di sera; e che poi da Peschiera, con una carrozza di posta, sarebbe giunto a Castelguelfo intorno alle nove.

Andrea capitò in villa, che avevano appena finito il pranzo. Ma non entrò nella sala e rimase nel giardino a passeggiare. Non salutò nemmeno la Baby, non disse una parola, sfuggiva tutti, internandosi solo solo nei viali più riposti.

Quella passione, quel dolore così grande e muto avevano finito coll'incutere in tutti un senso di pietà, e anche di rispetto. In tutti, tranne per altro, nel cuore della Baby. Essa aspettava Giuliano, e Andrea le dava noia, le faceva quasi ribrezzo.

Il Damonte e Scipio Spinola convenivano col Baldi, che a innamorarsi al modo del Santasillia non ci doveva essere proprio nessun divertimento; e la marchesa D'Arcole, d'accordo con la Generalessa e con madama Kraupen, presa a parte la Castelguelfo, la consigliò di calmare un poco il suo innamorato, che minacciava di diventare matto furioso:

—Capirai: se tuo marito lo vede in quello stato, non gli può far comodo, nè piacere… E poi insomma, anche per il Santasillia stesso, povero diavolo, trova una buona parola; mettigli il cuore in pace. Tu sai bene che mi è sempre stato antipatico… Ma, che vuoi? stasera mi fa proprio compassione!…

—E a me, invece, col suo muso livido, mi fa rabbia, mi fa ira!… Che diritto ha, domando io, per essere geloso di mio marito? È una bella pretesa, sai?! Il Damonte, Scipio Spinola e tanti altri non mi hanno mai seccata con simili scenate!… Sì, sì, sì,—e la Baby batteva i piedini per terra sfogando la stizza contro Andrea.—Io amo Giuliano; lo amo, lo amo, lo amo, e se a quel brutto coso fa dispetto, lo amo ancora di più!

Ma la marchesa D'Arcole, aiutata dalle altre dame della consulta, seppe adoperare così bene la propria eloquenza da indurre la Castelguelfo a soffocare lo sdegno, e a mostrarsi buona verso il cugino.