Rinetto era rimasto di gesso — tutt'intero come le mani e i piedi! — e il rapido sguardo rivolto al suo io, non appena udita la proposta della marchesa, rivelò subito la prima, la precipua preoccupazione passatagli in mente.

— Per gita alpina in automobile, disse Felicita — credo correttissimi i costumi soliti di montagna. Anch'io dovrò acconciarmi alla meglio.

E la marchesa tirò via verso il Kurhaus senza aprir più bocca.

***

Fu Rinetto stesso che appena scorse Febo, ancora affaccendato intorno ad Eureka, lo informò del capriccio della marchesa, come di una cosa molto strana ed anche — via! — molto arrischiata. Febo, chino a serrare le viti d'uno stantuffo, non si alzò, non si volse neppure. Sorrise, più con lo sguardo che con le labbra, e con tutta flemma consolò Rinetto.

— È un'idea come un'altra. Che qui ci si diverta, non è cosa sicura, ti pare? Per me non vedevo l'ora che Job arrivasse colla macchina per cambiare aria.

— Tu... tu. Credevo appunto fossi soltanto tu!

— Già, capisco! L'idea della marchesa è un po' bizzarra; ma che vuoi farci? Non è da oggi che la conosciamo, e poichè il viaggio le sorride e lei si è invitata... io invito anche te, naturalmente, e la cosa va via liscia.

— Già, come l'automobile.