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L'itinerario di viaggio ideato dal cavalier Febo, era un capolavoro del genere. Non un'ora sprecata, non un chilometro di strada che non offrisse un'attrattiva, un godimento speciale; ed in pari tempo una studiosa cura di evitare quei luoghi sciupati nella loro bellezza dalla moda borghese, dalla réclame più fastidiosa. La si sarebbe detta una peregrinazione in paese ignoto, un viaggio di scoperta, fra genti primitive e caratteristiche, disseminate nei recessi delle valli più quiete.
L'interno morbido ed elegante dell'automobile in quella vita zingaresca e un po' selvaggia, era divenuto come la cabina comune di un bastimento in rotta attraverso un gran mare di verde. La marchesa vi si era fatto il suo cantuccio, vi aveva disposte le sue piccole cose, e ridendo diceva che vi riceveva le sue visite, quando Febo e Rinetto dopo qualche tratto a piedi chiedevano licenza di risalire. Job, sempre taciturno, sempre vigile, rallentava a tempo, quando il paesaggio rivelava improvvisamente inattesi splendori, o quando, senza neppur voltarsi, avvertiva che un incidente qualunque — uno stormo di corvi gracchianti nel prato, un falco che s'aggirasse stridendo nell'azzurro, od uno scoiattolino saltellante fra gli alberi — avesse destato la curiosità della grande e bella bambina bionda che quei due dietro a lui — il cavaliere ed il giovinetto — sembravano mangiarsi cogli occhi.
Rinetto — nella famigliarità di quella vita a tre, nell'abbandono quasi studentesco che per forza di cose si era stabilito fra loro, durante i pasti, spesso frugali, nei piccoli gasthaus ove la marchesa aveva vaghezza di soffermarsi, — smarriva tutta la sua spavalderia, il suo snobismo artificiale, ritornava un buon bambinone, senza alcuno dei piccoli ardimenti che la vita della città e dello stabilimento gli avevano ispirato in quegli ultimi tempi, verso la marchesa.
La sua «cotta per la bella bionda» come una volta, un po' brillo, si era permesso di definire la sua passione, in un certo ritrovo, si era purificata, si era elevata sino a duemila metri sopra... le volgarità del loro mondo. Ogni sera, separandosi da lei per coricarsi in un luogo diverso, in un letto nuovo, si sentiva innamorato più che mai... ma sempre più idealmente.
Egli stesso non si conosceva più. Per non farsi aspettare al mattino, non si radeva più barba e baffi con quella scrupolosa cura che rendeva un tempo tutto il suo viso mondo di ogni virile peluria... Qualche mattina anzi era sceso con più di uno sberleffe del rasoio e qualche aiuola rossastra qua e là. Si occupava molto meno delle cravatte, delle calze e degli altri accessori della sua toletta, e molto più del paese, delle cose nuove e belle che gli si offrivano dinanzi, in quel su e giù sulle «montagne russe» inventate — come diceva lui — da Febo... per i suoi fini.
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Ed anche intorno ai fini... insidiosi del vecchio Febo, il buon Rinetto aveva smesso omai ogni gelosia. Capiva che la marchesa non voleva nè la felicità nè l'infelicità di alcuno dei due. Il dì prima, ella si era fermata a tracciare con la punta dell'alpenstock il suo nome nella parete di un grosso blocco di neve che fiancheggiava la strada come la bianca muraglia di un giardino invisibile. Rinetto, seduto su di un paracarro vicino, compitava melanconicamente le sillabe a mano a mano che comparivano incise sulla neve: Fe-li-ci-ta...
— Passerà qualcuno, — osservò ad un tratto timidamente, — e leggerà male; crederà sia arrivata davvero quassù la felicità e che vi abbia lasciato il suo nome...
La marchesa si volse e con la sua smorfietta di rimprovero: