— Non è forse così?
— Ahimè! È passata la bellezza, la grazia... ma la felicità no... Manca sempre l'accento.
E fece atto di bucare la neve, col suo bastone ferrato sovra l'innocente a finale... La marchesa gli trattenne il braccio e ridendo, ma con una intonazione seria e recisa, concluse:
— Nè voi, nè altri... Resta così, senza accento!
Quel «nè altri» aveva consolato il povero ragazzo. Che donna straordinaria la marchesa! Che spirito! Che tatto!
Egli ormai aveva preso tutte le abitudini di lei, tutti i suoi gusti. Si gonfiava ogni mattina di latte appena munto, di miele odoroso, di carne secca. Non si lagnava più di nulla, non sentiva più alcuno dei piccoli disagi del viaggio, imparava da Febo i nomi dei fiori per sfoggiare poi, egli pure, un po' di conoscenza della flora dell'Alpi e poichè la marchesa s'era innamorata di quel delizioso linguaggio romancio, copiava per lei i detti e le sentenze alle porte delle chiese, le epigrafi nei piccoli cimiteri e appena si giungeva ad un villaggio correva a fare incetta delle fotografie e delle cartoline illustrate del luogo, riuscendo ad emulare, pel futuro album dei ricordi, lo stesso Febo che con il poket kodak avrebbe fotografato ogni pianta, ogni sasso della montagna, e la marchesa poi ad ogni minuto della giornata, in tutti gli atteggiamenti, in tutte le luci.
***
Quel giorno avevano sostato a lungo allo strano albergo che sembrava fatto soltanto di ferro e di vetro, eretto poco lungi dalla vecchia cantoniera al sommo dell'ultimo valico. Il record volgeva alla fine. La marchesa, con la fronte appoggiata ai cristalli della veranda, fissava la superficie immobile e fosca del piccolo lago alpino che si stendeva sotto quel bizzarro edificio e nel quale si specchiavano le nevi delle montagne ignude e tristi, che circondavano ad anfiteatro lo speco. Altre nevi, che i calori estivi avevano staccate dalla riva, galleggiavano lente verso il mezzo, dando alla scena l'aspetto fantastico di un paesaggio polare. Da quei luoghi ermi e deserti, il pensiero della marchesa scendeva alla pianura; le si riaffacciava alla mente l'animazione dell'inverno cittadino, rivedeva i teatri, le feste, i ritrovi, le amiche, la casa, il marito, e alla voluttà del nuovo che l'aveva sino allora soggiogata, cominciava a succedere il desiderio dell'antica vita, degli agi, delle mollezze, delle femminilità, alle quali da una settimana aveva pressochè rinunziato.
***
Si scosse... Era rimasta sola nella veranda chiusa e tepida come una serra, che delle serre aveva anche la luce bianca ed i fiori forzati. Sfogliò l'albo in cui c'erano i nomi di chi era passato prima di lei... Tutti tedeschi, inglesi, americani del nord. Qualche raro nome italiano, ma sconosciuto; qualche altro nome letto già, il dì prima, in un altro albergo lungo la via; qualche accenno gentile, qua e là, ad una persona amata, ad una patria lontana, ma nel complesso elogi banali al menu, ostentazioni di titoli, firme presuntuose, evidentemente di semi-analfabeti, diventati milionari... Dinanzi a quel lago ghiacciato, una finlandese, una signorina indubbiamente, aveva evocato con due melanconici versi tedeschi i suoi fjords. Un prete bretone aveva trovato modo d'imprecare a Dreyfus, inneggiando au drapeau de la France nel bianco delle nevi, nel rosso dei rododendri, nell'azzurro dei cieli.