Per la prima volta nella voce di Febo, vibrava una nota di tristezza sincera. Imbruniva. Ella avea finalmente accettato il suo braccio, e salivano lentamente lungo la strada silenziosa, deserta, tagliata lungo un abisso profondo, tutto verde, sopra il quale sembrava calassero più frettolose che alle sommità, le ombre della sera, una sera indicibile, purissima. Lungo l'altro margine della strada, erano schierati, come i militi di un esercito sterminato, immobili e silenziosi, gli immensi pini bruni, con le guglie diritte ed acute a forar quasi la vôlta azzurra del cielo, nella quale si andavano accendendo le prime stelle... Qualche fremito misterioso tra le forre, a piè degli alberi, qualche fuggevole stormire nei rami, — uccelletti che mutavano di posto — e null'altro. Non una casa, più, non un fuoco sulla montagna... nulla... nessuno. Loro due ed il popolo muto delle piante, delle erbe che si addormiva, in una calma magnifica.

— Vi duole che ci siamo incamminati così tardi? — le chiese Febo.

Ella scosse il capo dolcemente ed a lui parve che il morbido e tepido braccio di Felicita tremasse contro il suo petto.

Eureka aveva preparato una incresciosa sorpresa ai viaggiatori. A cinque chilometri dall'ultima borgata, un guasto improvviso! Inutilmente, fra il cavalier Febo e Job si era cercato di ripararvi: senza un fabbro, senza arnesi, senza un gancio di ricambio, non era possibile. Che fare? Tornare indietro, scompigliando tutto l'itinerario? Si era quasi a mezza via per quel giorno, altri sei chilometri di salita, ed il dì dopo, anche prima della riparazione, Eureka, in continua discesa, li avrebbe portati abbasso, alla gran valle... la valle ultima del pellegrinaggio. Job riuscì a persuadere due mandriani diretti essi pure lassù, ad associarsi a lui nello spingere innanzi l'automobile, e Rinetto, un po' a malincuore, ma lieto nondimeno di compiacere Felicita, che si era mostrata seccatissima all'idea di dover tornarsene indietro, aveva a mano a mano affrettato il passo per vigilare davvicino la spedizione... e, al bisogno, spingere un pochino anche lui. Così Febo e la marchesa erano rimasti addietro assai, nè ella mostrava ora di volere affrettarsi molto, presa dal fascino di quel silenzio, di quella solitudine, di quella tenebra luminosa.

***

Come mai erano cascati a parlare di Milano, di tante cose tristi ed uggiose in un'ora simile? E perchè Febo, già per la seconda volta, le aveva indirettamente richiamato il ricordo di donna Ersilia e di suo marito e di quell'orribile scenata di Roma, di cui appena si era smorzato il pettegolezzo?

Forse aveva avuto ragione Febo, un momento prima:

— Tutto è divinamente bello nel creato; tutto quello che noi vediamo qui, ora, è sovranamente grande; ma i luoghi e le cose non dicono niente alle anime, se le anime dormono...

— La mia anima dorme? — aveva chiesto Felicita.

— Sì, mentre la mia soffre... E per questo, entrambe le nostre anime, non sono qui. Se l'anima vostra si destasse, la mia cesserebbe di soffrire e noi godremmo insieme... l'attimo che forse non tornerà più, nè per me nè per voi! Essere soli, in mezzo ad un mondo silenzioso e deserto e sentirsi felici di esservi...