Ella chinò il capo. L'ora era grave. La voce di Febo non sembrava la stessa e Felicita pensò se doveva pentirsi d'essersi indugiata tanto con lui.

Ad uno svolto brusco della strada, la pineta si apriva ad un tratto verso il monte e a pochi passi biancheggiava una cava diruta, nel cui fondo brillava una fiamma.

— C'è qualcuno? — chiese Felicita vivamente.

— Può darsi; siete stanca? Volete fermarvi?

— No, soltanto vedere.

Presso un focherello di sterpi che ardeva tra i sassi, fumigando di resina, sulla soglia nera di un capanno fatto di ardesie e di tavole d'abete, piccolo ed informe come l'abitazione d'un troglodita, un vecchio irsuto, monco di una gamba, raspava in un paiuolo, e vicino a lui, un ragazzo dalla testa enorme, gozzuto e sbilenco, mungeva, in una ciotola, una caprettina stecchita, che per la prima avvertì gli stranieri e cercò di ritirarsi belando dolorosamente.

Il vecchio aveva perduto la gamba sotto un macigno.

— Quanti anni fa?

— Oh! molti. — Non se ne ricordava più, ma qualche volta ne soffriva ancora.

Viveva in quell'abituro fino al calar delle nevi, picchiando nel sasso dalla mattina alla sera. Il ragazzo gli recava le pietre e gli scalpelli, poi gli dava da mangiare, giacchè lui non poteva quasi muoversi sul terreno ingombro della cava. Quel fanciullo era l'ultimo di otto: tutti suoi nipotini, figli di una figliuola ch'era morta. Il padre, stanco di vederli patire la fame, era andato in America e non se n'era saputo più niente. Gli altri più grandi erano sparsi «pel mondo» a lavorare e l'ultimo gli era rimasto vicino, attaccato a lui, come la rozza gamba di legno alla sua coscia.