sco üna fluor, vegn taglià jo e svanisca,
sco la sumbriva....
L'immagine ultima del fiore reciso, che scompare come l'ombra, aveva ispirato al musicista una elegia ampia e magniloquente, che si risolveva però subito in una perorazione intima e semplice. Nella frase estrema esultava la canzone della montagna; quelle note ne raccoglievano i suoni, ne esalavano le fragranze, sembrava distruggessero col loro soffio le pareti della stanzetta e sollevassero gli spiriti alla maestà delle vette inaccessibili....
L'artista fissava la marchesa coi grandi occhi cerulei, sfavillanti; pareva le fosse amico, le fosse intimo da tempo, pareva le rivelasse con quell'esplosione magnifica di melodie prorompenti dall'animo, tutte le ansie dei suoi sogni di adolescente, tutte le intime lotte ignorate e la lunga attesa ed il gaudio di quell'ora creata da un capriccio del caso... Però, in quell'ebbrezza di una grande gioia e di un completo abbandono d'artista, cessato di cantare ed accennando appena sulla tastiera alla frase ultima del suo salmo, il giovine prete diceva ora a Felicita, che le stava vicino, in piedi, presso l'harmonium, il segreto della sorpresa, del suo turbamento, nel vederla.
— Non è la prima volta che noi c'incontriamo!
— Davvero? Ma dove? Quando?
— Oh! È impossibile che lei si sia mai accorta di me! Ma io... io la ricordavo; e l'ho riconosciuta. Ella da fanciulla, era contessina di C..., nevvero?
— Sicuro! E come lo sa?
— Abitava colla mamma l'antico palazzo sul Corso, quasi dirimpetto al Seminario?...
— Ma certo! certo! Casa mia, da ragazza!