E don Arcangelo?... Che cosa aveva fatto in quelle ore, mentre ella dormiva vicina, a pochi passi? Quale stranezza! Il caso solo non ne era stato capace. Il buon Dio lo aveva voluto!... E perchè? Perchè aveva voluto lì, così vicina a lui, quella donna la cui immagine era andata da anni idealizzandosi nel vivo, melanconico rimpianto, colei che aveva animate, agitate le notti dolorose ed ardenti di un tempo, prima delle tragiche vittorie dell'anima sopra le ribellioni della mente e dei sensi? Che cosa aveva egli fatto durante quelle ore insonni? Non lo ricordava: pregato e pianto indubbiamente. Pregato per lei, pianto per lei e per sè.

... Non appena il primissimo albore sbiancò il cielo ad oriente, don Arcangelo scese affranto, cauto, silenzioso, ed uscì alla montagna, porgendo la fronte alla brezza aspra che stracciava e metteva in fuga le brume, svelando tutta una gloria di nevi e di vette... Mosse lento su per l'erta verso la chiesuola luminosa che le betulle si chinavano ad abbracciare, dai gradini al tetto, a' piedi della selva estrema dopo la quale non v'era più niente, tranne il cielo e Dio... E la selva si svegliava!... Andava intonandosi, tra il verde, la sinfonia eterna, ispiratrice della sua musica santa che nessuno avrebbe udito, tranne quei poveri mandriani poco dissimili dalle bestie, ma che lei, lei, lei aveva udita e capita!... I fringuelli bisbigliavano nella boscaglia, la cingallegra verde saltellava tra le fronde verdi, una gazza batteva l'ala negra d'abete, in abete, ed un rigolo fischiava sommesso, mentre il picchio cominciava a battere il tempo...

***

Job, ad un cenno di Febo, mise in moto la macchina riaggiustata ed Eureka cominciò a scivolare verso la valle, lasciandosi indietro un forte odor di benzina.

Il vento gonfiava la veletta bianca intorno al visino di Felicita, come una piccola vela, ed ella si era già voltata più volte, inutilmente, a guardare verso la chiesa. Era seria, tranquilla, un po' triste.

Le impressioni, le evocazioni della sera le risalivano dal fondo dell'anima. Per la prima volta dopo tanti anni, si sentiva turbata dai mistici fervori di fanciulla, svaniti nei fastidi e nei piaceri della sua vita ardente e vuota. Sentiva che quell'umile pretino di montagna, il quale non si era lasciato più vedere, che ella non avrebbe visto più mai, aveva adorata la sua immagine nel segreto, nella solitudine, nel sagrificio, e gli appariva moralmente più grande e più bello di tutti gli uomini che fin'allora le avevano detto di amarla, e che l'avevano esaltata nell'universale volgarità del desiderio.

Strano! Pensava alla Madonna, di cui un tempo era stata divota, pensava alla mamma morta, che era stata bella e desiderata quanto lei e che nondimeno si era serbata buona sempre, in mezzo a gioie e a dolori molto simili ai suoi....

Sentì che Febo la fissava, ardito e tenace, indovinando e disperando, ed ella allora gli si volse, risolutamente, con un'espressione di sfida tranquilla e superba, per sorridere poscia a Rinetto, fuggevolmente, quasi in atto di sconforto materno, in una improvvisa, irrevocabile dissoluzione d'ogni equivoco, fra tutti e tre.

Una mandria, allo svolto, fuor del villaggio, ingombrava la via e mentre Job frenava, Febo stizzoso cominciò a premere la palla di gomma dell'automobile, sfogando con quel rabbioso tè — tè — tè — d'allarme, il dispetto che gli faceva nodo alla gola. Ma dall'alto, dalla chiesuola aprica, ove don Arcangelo inginocchiato pregava ancora, un altro squillo scendeva invece discreto, argentino, lo squillo dell'unica campanina, lassù tra i pini della selva estrema... dopo la quale non vi era più niente, tranne il cielo e Dio!