Donna Rosana dà un'occhiata all'orologio, poi spinge una poltroncina dinanzi al fuoco, siede, si sdraia con un sospiro, e mentre stende le mani per riscaldarle e per ripararsi la faccia, verso la fiamma troppo viva, guarda l'ora un'altra volta.

— Sono le otto. Prima delle otto e mezzo non verrà di certo.

Chiusi gli occhi, si allunga dell'altro, e mettendosi un po' di fianco, appoggia il capo sulla poltroncina, e rigira le mani dinanzi alla fiamma che ne fa scintillare gli anelli, che le fa diventare trasparenti e rosee come conchiglie.

Ad un tratto si riscuote trasalendo e si rizza a sedere. Voleva cercare di addormentarsi, voleva fingere di essere tranquilla, indifferente, ma non può. Non può fingere, non può mentire nemmeno con sè stessa, e allora si abbandona interamente a quel pensiero che la turba, che la inquieta e che le imprime in mezzo alla fronte piana e luminosa, una ruga profonda.

— Doveva finire... proprio così. Tutto deve finire a questo mondo!

Ma poi, adagio adagio, la collera si calma, sparisce la ruga e il volto sempre pallido di donna Rosana, quel volto che per le commozioni, la fatica e la gioia non si accende di subitanee vampe, ma si fa più pallido ancora e ha trasparenze quasi brune, sorride appena con ironia amara; e i grandi occhi neri come carboni, lucidi come diamanti, hanno il tremolio delle lacrime.

— Doveva finire... e proprio così Mah! Tutto deve finire a questo mondo!

La portiera si alza e riappare Fabrizio col caffè.

— Mettete due altri fascinotti sul fuoco, — gli ordina donna Rosana senza voltarsi: — Versate pure il caffè. Datemi quel libro lì, piccolo, legato in pergamena. Guardate lì, sulla scrivania!

Fabrizio va, porta il libro e torna a sparire, in punta di piedi. Nella stanzetta si ode soltanto lo scoppiettìo sempre più interrotto del fuoco che si va spegnendo.