— Eccolo! — esclama donna Rosana con dispetto. — Sta fresco!

C'è ancora il caffè, già versato nella chicchera; ella lo inghiotte d'un sol colpo così freddo e amaro. Poi, quando sente che Fabrizio si avvicina con quell'altro, volta le spalle all'uscio con una mossa di stizza, afferra le molle e chinatasi dinanzi al caminetto, picchia e ripicchia contro un lungo tizzone, facendo sprizzar le scintille fin sopra i tappeti. Tutti quei colpi sono diretti, in cuor suo, contro Lelio di Vigodarzo; le fa dispetto che sia innamorato di lei, e le fa ancora più dispetto il pensare che, in questo, anche lei ne ha avuto un po' di colpa.

— Che cosa crede? Crede forse di poter vantare qualche diritto?

Adesso, più che mai, tutti i diritti sono di Ottavio!

Fabrizio alza la portiera, annunziando:

— Il conte Vigodarzo!

Donna Rosana indica al servitore il vassoio del caffè, ma quasi senza voltarsi e picchiando sul tizzone con più forza: — Portate via!

Entra Lelio: tre teste sopra un abito tutto chiuso, lunghissimo: la sua, dai capelli neri lucenti, ben pettinati; quella bianca del garofano all'occhiello; quella d'oro, appuntata alla cravatta monumentale. Egli si avvicina a Rosana per darle la mano con passo lento e grave, da uomo fatale.

Donna Rosana continua a picchiare sul tizzone:

— Buona sera.