Il conte Lelio non si scompone: aspetta che Fabrizio sia uscito, poi le chiede sommessamente, scrollando il capo:

— Perchè?... Siete in collera?... Perchè?

Rosana butta le molle in un angolo e torna a sdraiarsi sopra la poltroncina dinanzi al fuoco sforzandosi di parer tranquilla, ma facendo saltare i candidi merletti de' falpalà colle punte dei piedini irrequieti.

Lelio, dopo essersi seduto a sua volta nell'angolo del canapè, accanto al caminetto, mormora dolcemente:

— Perdonatemi.

— Perdonarvi? Di che?... Io non sono in collera! — Donna Rosana dà in una risatina troppo lunga, che lo resta in gola. — Soltanto, fa un po' freddo qui, non vi pare?

— Non mi pare, anzi, tutt'altro!

— Sapete? Stasera devo andare da mia zia.

Rosana comincia a parlare, e continua a parlare a parlare, saltando di palo in frasca, con grande volubilità, e sempre a voce alta; troppo alta. È seccata, è inquieta. Non vuol lasciar tempo al Vigodarzo di cominciar lui quel suo bel discorso!

Ma Lelio... non ci pensa nemmeno! Sta tanto bene lì, così, e sta zitto volentieri. Seduto comodamente, come raccolto in un'estasi malinconica, se la gode alla vista delle grazie eleganti della giovine signora e al suono della bella voce armoniosa. Sta tanto bene lì, così, nel dolce riposo del dopo pranzo, nel tepore profumato di quel salottino delizioso!