— Se vi ho dato un dispiacere... — risponde Lelio balbettando, e non può più proseguire.
Rosana continua a battere nervosamente le palme delle mani, poi si rivolge di nuovo a Lelio ma con un'intonazione più calma e più cordiale:
— Si fa la pace? Io sono stata un po' civetta... e voi un po'... leggero nel giudicarmi. Facciamo la pace e amici come prima. Anzi, più di prima! Ora ci conosciamo meglio e ci stimeremo anche di più. È... inutile il viaggiare; restate pure a Milano. Soltanto, basta con le nostre passeggiate mattutine e coi nostri ritrovi quotidiani da donna Ippolita. — Via, da bravo, si fa la pace? Volete?
Così dicendo ella stende la mano e si volta verso Lelio, ma Lelio rimane immobile, muto, a testa bassa, mentre due lacrime silenziose gli colano lungo le guancie paffutelle.
Rosana balza in piedi sbuffando. Un'altra cosa che non aveva previsto! Dopo la Cina... le lacrime!
— Infine poi... spieghiamoci! — esclama vivamente. — Che cosa pretendete da me?
Lelio non risponde: le due grosse lacrime gocciolano sul cravattone nero.
Che dispetto le fa quell'uomo! Rabbia e dispetto! Eppure... piange. Per piangere, un uomo, — anche donna Rosana ha il pregiudizio che l'uomo sia un animale molto forte, — per piangere, deve soffrire assai!
Se soffre, peggio per lui! Peggio per lui, sì: ma per altro è anche un po' colpa mia! È colpa mia! Soffre... per me!
Povero giovine!