— Perdonarvi? Il torto è mio! La colpa è mia! Nella nostra vita così vuota, eppur così rapida e affannata, diventiamo distratti, smemorati: si dimentica tutto; e questo è male. Anch'io ho avuto il torto di dimenticare troppo e troppe cose! Il torto è mio! La colpa è mia! Sono stata io, leggera, molto leggera, troppo leggera!

— Oh — ricomincia a gemere Lelio ancora più forte, facendole segno di no; di non proseguire: gli fa troppo male.

— La colpa è mia! Io dovevo farvi amare e stimare Ottavio; invece con la mia leggerezza l'ho calunniato dinanzi ai vostri occhi, dinanzi al vostro cuore! Io, io stessa, sono colpevole anche verso di voi. Ho fatto soffrire anche voi; ho reso infelice anche voi. Voi che pure siete buono... molto buono!

Lelio non può più frenarsi: al ripetersi di quel «buono, molto buono» ha un singhiozzo e le lacrime ricominciano a gocciolare.

— Sono stata cattiva, cattiva, cattiva! Cattiva con Ottavio, cattiva con voi! Non merito che mi si voglia bene! Sì, sì; partite; andate lontano, e per dimenticarmi! Pensate soltanto, quanto sono cattiva! — A questo punto ella pure ha un singulto nervoso, improvviso; uno scoppio di lacrime.

— Mio Dio! Mio Dio! Mio Dio! — balbetta Lelio, disperato. — Abbiate pietà di me! Non posso vedervi piangere! È uno strazio troppo forte!

— Guardate: non piango più! — Rosana si asciuga gli occhi. — Ma adesso... andate via. Sì, andate via. Diamoci la mano e andate via!

Lelio le stringe la mano, ma non può parlare. Si scosta da Rosana andando a tastoni e vacillando, verso l'uscio... Ad un tratto si ferma, si volta, come per interrogarla.

— Che cos'è?

Un lungo fischio dalla strada: una carrozza entra nel cortile.