Sua moglie aveva ragione: la colpa era anche sua. Non aveva data importanza alle eccessive indulgenze del vecchio Lorenzo verso il figliuolo. Anzi, per dir la verità, lui pure si era lasciato vincere qualche volta, dalla prontezza di quel ragazzetto, così pieno di sè. Egli stesso aveva tollerato, aveva letto le prime poesiole, le prime novelline del giovine studente, appena comparse sui giornalucoli letterari.
Invece sua moglie, no. Ella aveva sentito subito che in quel monello, male infagottato negli abiti smessi, che il padrone regalava a Lorenzo, si maturava uno spirito insofferente, un ribelle, un ambizioso, un declamatore; e lo aveva anche messo in guardia più di una volta, ma inutilmente.
Debole il padrone: il padre infatuato.
Una sera anche Monsignore gli aveva parlato dello scandalo di quel rivoluzionario che cresceva proprio nel suo palazzo, che mangiava il suo pane, che dormiva sotto il suo tetto; ma neppure allora egli aveva voluto intervenire, comandare. Sua moglie aveva ragione. Il nibbio cominciava a mettere le ali e gli artigli!... Ma che andasse almeno ad annidarsi altrove, lontano da casa sua!
— Lorenzo è in casa? — domandò il marchese ad un servitore.
— Credo di sì. È tornato alle undici dalla messa e dalle funzioni.
— Che cosa gli vuoi dire? — La marchesa, rannicchiandosi nella sua poltroncina sotto una finestra, e rompendo la fascia alla rivista Les dames du bien, sorrise crollando il capo: — Adesso è troppo tardi! Il figlio è quello che è, ed il padre è il primo ad essere pentito e spaventato.
— Non è mai troppo tardi! Lascia fare.
Pier Luigi si volse di nuovo al servitore:
— Chiamate Lorenzo.