Teo comprende al tono che non è il momento di scherzare. Prima si rimpiatta sotto la tavola, poi esce fuori quatto quatto, tutto basso, tutto lungo, tutto storto, la coda fra le gambe e sbirciando il padrone.

Gerardo afferra il guinzaglio e di colpo, sollevandolo mezzo da terra, lancia il povero Teo fra le gambe di Prospero che aspettava timoroso sull'uscio e che a sua volta acchiappa il cane e scompare.

— Povero piiccolo... Che cattiveria!

L'onorevole sente appena queste parole volare nell'aria, sente il lamento, il rimprovero che gli è diretto e torna a sedere al suo tavolino con una faccia così seria e torva, come se non si trovasse dinanzi ai quarti di un pollo arrosto, ma di fronte ad una schiera di ostruzionisti!

Passata la collera, gli resta in corpo la stizza. Va presto su, nella sua stanza per dormire. Lo ha preso la stanchezza delle due notti passate in ferrovia e più ancora dell'aria diversa della montagna. Ma prima di coricarsi, dà una lavata di testa sonora, al povero Prospero, che lascia passare la burrasca senza fiatare e questa volta senza metter muso, perchè riconosce il proprio torto.

— Dov'è quella bestiaccia maledetta?

— Lì.

Prospero indica una poltrona in fondo alla camera sulla quale c'è una coperta e sulla coperta Teo, raggomitolato, ma che è stato attento, senza parere, a tutta la grande sfuriata.

— Se lo fai un'altra volta! Se vieni in sala un'altra volta, stai fresco! — E Gerardo, che ormai s'è sfogato, alza ancora la mano, ma nell'atto, più che una minaccia, c'è adesso un invito... Teo non si muove: gli occhi bassi, socchiusi, guardano da un'altra parte; invece di Prospero è lui, questa volta, che tiene il muso al padrone.

— Bravo Teo! Hai più fierezza e più carattere di molti miei colleghi!