Ha visto sbucare dal verde folto il grande cappellone a trine bianche e a nastri rosa, seguìto dai due soliti giovinotti o giovinetti, vestiti pure di chiaro, il berretto bigio, e con in mano le racchette e la reticella, con le palle del tennis.

— Teo! Qui! Teo!

Ma che!... Teo si è già abbassato, allungato e all'invito di un — piccolo caaro! caaro! caaro! — si precipita incontro alla sua amica del dì innanzi, le salta addosso, riesce a leccarle la faccia, poi, sempre di corsa, torna indietro a far festa al padrone, e poi di nuovo alla signorina, e poi di nuovo, al padrone, come per far capire all'una e all'altro che ormai devono essere amici tutti e tre!

La bella marchesina saluta l'onorevole Parvis con un cenno grazioso e signorile del capo: i due giovanotti o giovanetti si fermano a due passi di distanza, diritti, come due aiutanti di campo, scoprendosi rispettosamente.

Non c'è verso! L'onorevole deve salutare, deve fermarsi, deve parlare...

— È una grande seccatura questa mia bestiola! Si permette troppe confidenze, e si prende troppe libertà!...

— È tanto caaro!

— Il mio servitore... È stata un'idea infelice del mio servitore, quella di tirarselo dietro, fin quassù! Giù! Fermo! Bestiaccia sconveniente!

— Teo, una bestiaccia?! Oh, povero piiccolo!

Teo, con il petto giallo sporgente e le gambette anteriori puntate ad arco, scrolla la testa e starnuta di nuovo con l'atto di dire anche lui di no, che non è una bestiaccia.