Teo si raddrizza, si alza, squassa le orecchie, e allunga e spinge il musetto contro il padrone: gli risponde come può, in tutti i modi, sforzandosi quasi per trovare la parola che non ha.

Ma intanto ecco Prospero che sopraggiunge. Prospero minaccioso a sua volta, e in atto d'accusatore. Teo corre di nuovo a mettersi vicino al padrone e lo guarda.

— Perchè non lo tieni con te, questo cane?

Prospero mastica una mezza frase che non si capisce, poi conclude più intelligibilmente:

— Cerca Mimì; scappa.

— Chi è questa Mimì?

Il vecchio resta muto un momento: si ode il leggero tintinnìo di una piccola bubbolina. Teo rizza il muso, fissa gli occhi, gli si gonfiano le orecchie.

— Eccola là!

Una bestiola bigia, arruffata, tonda tonda, mezzo cane e mezzo gatto, con un grande collarone d'argento, esce in quel punto dall'albergo: per un tratto di strada, fin che dura la luce dei lampioni, la si vede camminare di sghembo su tre gambe, che sembrano due, dietro una vecchia americana.

La brutta bestiola è Mimì: Teo la fissa, ritto, immobile, finchè può vederla; poi quando sparisce nel buio, via come un lampo per raggiungere Mimì.