Il generale, energicamente, propone di chiudere Teo nella rimessa dell'albergo: Prospero si offre di condurlo a passeggiare finchè dura la recita; ma Sofia legge fra le rughe del faccione ingenuo e buono il rammarico di perdere il trattenimento e allora dichiara senz'altro che Teo resterà con lei, sopra una seggiola accanto a lei!
— Sarai buono? Prometti che sarai buono, buono, buooono?
Il generale scrolla il capo, borbotta che è un capriccio, una pazzia, ma Teo, invece, che è stato attento al dibattito dimenando la coda, risponde di sì, che sarà buono, con uno starnuto ed un saltetto di gioia.
E infatti per tutto il tempo che dura la commedia, Teo rimane immobile, sulla seggiola accanto alla marchesina, intento alla baracca e ai burattini.
Quando Stenterello, con il manico della scopa, bastona gli sguatteri che non fanno il loro dovere, sollevando l'entusiasmo dei bambini, Teo con gli occhi fissi, allunga il muso, odorando col nasetto lustro e umido verso la baracca, ma non abbaia nemmeno allo sparo dei petardi che annunziano l'ingresso solenne di Stenterello, creato generalissimo, alla corte della bella Ircana; spari indiavolati, che portano lo spavento e lo scompiglio fra le testine rotonde e ricciolute della prima fila.
Furono trecentocinquantatrè lire d'incasso che il Parvis fece diventare cinquecento. Una vera ricchezza!
La marchesina Sofia ripone la somma in una busta, mentre il generale parla di interessi, di libretti, di cassa di risparmio.
— No, no! Bisogna portar subito il danaro alla povera piccina pallida, dagli occhi tanto buoni e tanto intelligenti! Caara!.... Tesooro!
Il burattinaio e la sua famigliuola — la figliuoletta e i due bambini — due poveri esseri mezzo rachitici, con un enorme testone, sudici e mocciosi, abitavano nel loro carro-omnibus, o meglio, nella loro casa di legno, ambulante.
Quando l'onorevole e la marchesina giunsero al largo erboso, dietro gli alberi, alla fine dell'abitato, ove il burattinaio aveva piantate le tende, dal breve fumaiolo di lamiera che sovrastava al tetto del carro usciva un pennacchietto di fumo azzurrognolo; ma tosto non lo si distingueva più; svaniva sul fondo del cielo, reso di un azzurro languido, nella grande luce ultima, prima del tramonto.