La fanciulletta pallida dagli occhi intelligenti accoccolata presso l'usciolino del carro-omnibus faceva cuocere un po' di cena in un vecchio tegame sopra un fornelletto di ghisa; e le cipolle, friggendo, mandavano intorno certe zaffate grasse, di stantio, che sembravano più acri e più nauseanti fra i miti profumi dei prati in fiore e la fragranza della vicina pineta.
Il burattinaio era seduto sopra un muricciuolo, masticando tabacco per ingannare l'appetito, e sembrava assorto nel rabberciare il cranio nero di un Matamoro, sul quale la spatola di Arlecchino aveva picchiato troppo forte per ordine di Stenterello. Il capocomico vagabondo delle teste di legno, quando era nascosto nella sua baracca e stava infondendo una parolina di vita ne' suoi fantocci, poteva essere immaginato un uomo simpatico, allegro ed anche geniale. Ma lì, visto in quell'atteggiamento, alla luce del giorno, appariva soltanto quello che era in realtà: un villano, tra lo scaltro e l'assonnato; un mezzo bruto dal viso gonfio e livido e dallo sguardo spento dall'acquavite.
All'estremità di una delle stanghe del carro, legato con un cencio di corda, stava il vecchio asino del burattinaio, magro, spellato, malinconioso, sintesi moribonda, o quasi, di tutte le tristezze e di tutti gli stenti, le fatiche, i patimenti raccolti intorno a quel povero disgraziato che portava attorno la commedia della fame e della miseria.
Quando Teo vide la brutta bestiaccia, non ne riconobbe subito la razza, si fermò sospettoso, fiutando alla lontana, non arrischiando di avvicinarsi... e l'asino, a sua volta, chinò il testone canuto verso l'aristocratico Teo, così lustro, così elegante, col bel nastro rosa dal largo fiocco, il dono di Sofia. Fiutava anche il ciuco per riconoscere Teo, ma più che fiuto, il suo pareva sospiro: un sospiro che usciva dalla povera e martoriata carcassa, tatuata di piaghe e di guidaleschi.
Sofia ebbe una stretta al cuore, alla vista di quegli infelici, — la ragazzina, i due bimbi ed anche la bestia: — ma volle vedere dentro nella baracca. Dal vano aperto, un raggio di sole basso, entrava diritto nell'interno del carro... Quali tristi segreti fra quelle pareti tarlate e sconnesse! Là dentro si faceva da mangiare e si dormiva in quattro. Si accumulavano i cenci, i burattini, le scene, gli avanzi dei magri pasti, il bottino dei furtarelli campestri del burattinaio ed anche dei due marmocchi mocciosi. Sopra mensole sostenute da funicelle, vecchi libri slabbrati — il repertorio per le grandi rappresentazioni — misti a mazzi di rape e di carote, a pezzi di pane raffermo e di cacio ammuffito: e bottiglie dal collo rotto, contenenti liquidi sospetti, e vasi d'ogni forma e povere salme di burattini mutilati, decapitati, sventrati... Alle pareti, immagini sacre, il ritratto di Garibaldi, canzoni popolari illustrate: un vecchio schioppo arrugginito, con una carniera vicina, rigonfia ormai chi sa di che cosa e in un angolo un vasetto di garofani che protendeva fuori dal finestrino un bel ramo carico di bottoni con qualche fiore sbocciato, aperto, come sitibondo d'aria e di luce! Il garofano era il giardino della fanciulletta pallida dagli occhi tanto intelligenti, come suo doveva essere il giaciglio dall'altro canto, meno sudicio, meno scomposto di quello dei bimbi...
Il burattinaio dormiva certo più in fondo, laggiù sopra quel mucchio di vecchi panni, di pacchi, di stuoie. Non si vedeva bene; il sole... nemmeno il sole voleva entrare fin là!
Sembrava che in quei pochi metri di spazio, una lunga vita randagia avesse accumulato tutte le reliquie della pitoccheria incontrata su tutte le strade, in ogni paese, in ogni costa e si ostinasse a mettervene ancora, ogni giorno di più, senza rimuovere nulla, senza nulla rinnovare, in una specie di ostinazione incosciente, di compiacimento infingardo.
La fanciulletta dagli occhi intelligenti capiva tutta la bruttezza, l'orrore di quel suo antro ambulante?
Chi sa?... Quel fiore, quel garofano, messo lì, certamente da lei, vicino alla finestretta, non era forse un rimpianto, un desiderio, un anelito verso qualche cosa di bello, di gentile?
Anche l'onorevole Parvis era rimasto colpito da quel triste spettacolo. Egli ricordava le grandi e tempestose discussioni della Camera, la facondia, gli strepiti dei socialisti... A quella piccola gente lì, chi mai ci pensava? Non aveva «Camera del lavoro» non aveva «Società umanitaria!»