È il generale che lo chiama, che lo ferma. Il generale, gli occhi sbarrati, i baffi irti, la bocca aperta, è tutto un punto d'interrogazione.

— Ritornate presto, onorevole?

— No. Non torno più.

— Come?... Non tornate più?

— Ho ricevuto un telegramma: sono chiamato a Roma d'urgenza. Affari importantissimi. Buona permanenza, generale, e sempre in buona salute!

— Ma...

La carrozza parte. «Gambe de pano» rimane fermo, in mezzo alla strada, seguendone, con l'occhio stupito, la rapida discesa.

Prospero, sempre con la faccia scura, annuvolata, ritorna subito in camera del padrone, appena questi è partito, e si china ginocchioni, guardando sotto il sofà.

— Teo! Vieni qui! Teo! — Niente: Teo non risponde, non si muove. — Teo! Vieni qui! Teo!

Dopo un momento, Teo, quatto quatto, esce di sotto il canapè, le orecchie basse, la coda nascosta fra le zampe: si avvicina a Prospero, gli odora la faccia, poi corre di nuovo ad accucciarsi nel suo nascondiglio.