Prospero scrolla il capo e se ne va chiudendo l'uscio. Prima di sera, ritorna con la zuppa di pane e di carne.
— La pappa, Teo!... Buona la pappa!
Teo riappare, odora il piatto, ma gli dà contro con il muso, rifiutandolo, e di nuovo si rifugia sotto il canapè.
— Teo!... Teo!... Povero Teo!
VIII.
Com'era vertiginosa quella discesa! Il Parvis era preso da un senso di sconforto, di oppressione, di tedio.
Quando si trovò di nuovo, improvvisamente, alla stazione di Pracchia, senza mai aver detto una sillaba al vetturino, gli parve di essersi destato da un sogno. Il solito rumore, il solito frastuono, il solito caldo, la solita polvere, il sudiciume, i saluti ossequiosi del capo-stazione, degli impiegati: il correre affaccendato dei facchini.
Come ormai erano già lontani l'Abetone, il bosco, il viale Elena! Quanto tempo era passato... un'ora sola!
Rincantucciato nell'angolo del suo scompartimento, non si muove più. Non scrive, non legge, non apre, non tocca nemmeno la valigia.
A Civitavecchia, il conduttore spalanca lo sportello: