— Desidera i giornali del mattino, Eccellenza?
— No.
Il Parvis, sempre immobile, sempre rincantucciato, richiude le palpebre, ma non può chiudere gli occhi. Il treno corre velocemente lungo la bigia e desolata campagna romana, così brulla ed arida, qua e là disseminata di ruderi, di avanzi, e di castelli diroccati: un grande cimitero di cui il vento secolare ha portato via i cippi, le statue e le croci. Ma Gerardo non vede che boschi e prati... uno spazio infinito di verde, e in fondo in fondo e poi vicino, più vicino... il cappellone... il grande cappellone tutto bianco e tutto rosa!
Lei, sempre lei, lei!... Amoore! Tesooro! Je t'adoore!...
— Sarà sempre così? Dovrò vederla sempre, così? Non potrò mai chiudere gli occhi della memoria, gli occhi dell'anima, e non vederla più, e ritornare calmo, tranquillo, felice?... — Oh Flaviana, povera la mia Flaviana cara, amata, adorata! Tu sì, tu sì, che mi volevi bene!
A Roma, l'onorevole Parvis grida con tutti, strapazza tutti: appena sceso all'albergo per le camere; poi al ristorante per la colazione, poi da Aragno per un articolo della Tribuna. Il Governo ormai è una baracca, i partiti sono una commedia: il paese è in rovina, la società in dissoluzione. È nervoso, aggressivo, violento.
— Che ha l'onorevole Parvis?
— Nevrastenia.
I più sorridono con malizia:
— Nevrastenia, prodotta dalle dimissioni date, e che furono accettate troppo presto! È il bruciore di aver perduto il potere!