Il signor Lodetti è il veterinario.

Prospero scrolla il capo, borbottando: si capisce, s'indovina che non c'è più niente da fare.

— Dov'è?

Prospero va innanzi e Gerardo lo segue.

Attraversano l'anticamera, il salotto, lo studio, la stanza da letto, il gabinetto di toilette... Nel guardaroba, sotto la finestra c'è il lettuccio del povero Teo: una cesta rotonda, e un vecchio plaid disteso sopra la paglia.

— Il padrone! Teo! il padrone!

Prospero ha un suono tremulo, un accento insolito nella voce pietosa.

— È qui il padrone, Teo...

— Teo... povero Teo, — mormora il Parvis avvicinandosi alla cuccia. Teo fa uno sforzo, si alza a stento sulle due zampe anteriori; ha il testone grosso, sformato, che non può più reggere. Eppure, barcollando... cerca, allunga il muso verso il padrone, e muove ancora adagio la coda... ma è sfinito: ricasca giù, nella cuccia, abbandonandosi, le gambe ripiegate, il respiro affannoso, come un rantolo, un lamento che continua, che continua, mentre l'occhio rimane aperto, con la pupilla vitrea, dilatata.

— Teo, povero Teo...