— Buona sera!

Nessuno risponde al saluto, nessuno le guarda, nessuno si volta.

— Ciao, Letizia.

— Ciao, bel siciliano!

De-Farentes (più forte). Faites votre jeu, messieurs!

... Le facce delle due donne appaiono stanche e livide sotto le macchie nere degli occhi e il rossetto delle guance. La più alta, è una virago; ha un bolèro in testa e in dosso uno sfarzoso abito d'estate chiarissimo, scollato. È appena coperta d'una corta mantelletta foderata di vecchio ermellino. L'altra, piccola, magra, con una giacca verdognola e un cappellino a punta, alla tirolese, ha un viso scarno, ossuto, cattivo, da strega giovine. È tutta occhi e tutta capelli neri, crespi, arruffati.

Sono due tristi maschere della miseria e del vizio, che portano dalla strada una ventata fredda di neve. Continuano a camminare nella sala, interrogandosi con un'occhiata incerta, ma non sono nè intimidite, nè sorprese da quella fredda accoglienza. Dopo un momento si avvicinano al tavolino, dove stanno ancora cenando il bel contino e l'ambasciatore.

— Buona sera!

— Buona sera, carine!... — risponde il Castelpusterlengo sempre amabilmente vieux-regime. L'ambasciatore un po' miope, colpito lì per lì dal voluminoso bolèro, si ficca la lente nell'occhio per vedere come alla quantità corrisponda la qualità:

— Buona sera, signorine belle!