Canto di Montagna

Troppo grasso... e troppo grassi!

Quel gran cuoco del Kurhaus — benchè cavaliere e malgrado tutte le sue stagioni di Vichy — aveva respirato troppo fumo di tedescheria e col lezzo pesante delle sue cucine ammorbava anche l'aria della pineta.

Ecco!... Le zaffate di goulasch e di plumcake — compresi ogni giorno nel ménu per gli stomachi... deboli — arrivavano sin là, alla sua panchina prediletta, dietro la chiesuola luterana, dove anche quel giorno la marchesa Felicita avea riparato verso le cinque, mentre il lungo servente dei grassi e delle grasse cominciava a snodarsi lungo il viale della Trinkhalle. Com'era diventata opprimente e schiacciante quella turba di pingui, in mezzo alla quale viveva da due settimane!

Ed era stata proprio lei ad insistere, perchè il dottore convenisse nel dire che un po' di cura per dimagrare le era necessaria, e le avrebbe fatto meglio del mare! Come l'aveva colta la paura di essere ingrassata, di dover ingrassare?

La marchesa sorrise. Quella tremenda paura l'aveva presa una mattina di maggio — era un giovedì — nel «gabinetto degli specchi» negli ammezzati del Ventura.

Vi si era indugiata, in corsè, a riprovare l'amazzone per Castelletto.

A un tratto, sulla grande lastra di fianco, era apparsa e scomparsa via come un fantasma, la figura mefistofelica del cavalier Febo, esile esile, nero, nero, nel suo eterno lutto misterioso, e il sorriso freddo ed arguto dello scapolo maturo, quel suo sguardo vivo ed intelligente, l'avevano tutta rapidamente ravvolta e sapientemente accarezzata così come ella si trovava in quel punto.

Soltanto Febo era capace di penetrare in un luogo simile, in un momento simile, in uno specchio così riservato!