Non era la marchesa di Collalto, ma quasi: erano il conte Prampero di Castelnovo, colla sua figliuola. Allora la stessa gravità del caso le diè coraggio per compiere un'eroica risoluzione: infilò in fretta e in furia la rotonda nuova, e si presentò sull'uscio ai suoi visitatori col viso ancora impolverato di cipria, come un pesce da friggere, e spandendo nel salotto un odore acutissimo di acqua di Felsina.

—Non ho potuto resistere!... Scusatemi, conte mio, se mi presento in disabigliè; scusami tanto, Angelica cara, ma proprio non ho potuto resistere!... Quando ho sentito annunciare il vostro nome, ho indossato la pelliccia... qui fa un freddo da Siberia.... Filomena, metti legna nelle stufe!... e sono corsa da voi isso-fatto!

Il conte Prampero per poco non ebbe la mano storpiata in quelle prime effusioni, e Angelica, abbracciata e baciata con gran trasporto dall'ardente cugina, rimase con le guance e il giubboncino di panno scuro sparsi di cipria. Ella sorrise, arrossì un poco e ricambiò le carezze con un'amorevolezza tranquilla e aggraziata. Era una figura soave di fanciulla bionda: alta, pallida, flessuosa. A chi la vedeva per la prima volta pareva quasi un'apparizione, e dopo non la dimenticava più. Il conte Prampero dalla persona svelta, asciutta, elegante e dai lineamenti del viso dava subito a vedere di essere suo padre, ma pure lo sguardo freddo, altezzoso e i sorrisi brevi, finissimi, i quali facevano l'effetto come di altrettante punture che penetrassero uggiose nell'anima, dicevano chiaro che la rassomiglianza tra il babbo e la figliuola era solamente esteriore: finiva tutta al viso e alla persona.

—Non v'incomodate e non fate cerimonie, Donna Lucrezia. Sono venuto con Angelica, volendo adempiere ad un dovere, ma ci sbrigheremo in due parole...

—No, no; mai, mai! Non vi lascio andare così subito; neppure per idea!... Volete farmi dire: "Non prima vidi il sol che ne fui priva?" E sei proprio un sole, Angelica mia cara!... Un sole di bellezza e di eleganza!

E Donna Lucrezia ritornò daccapo a baciare ed abbracciare la leggiadra fanciulla, che sempre composta e silenziosa tratteneva il fiato e chiudeva le palpebre, come soffocata da quella foga di carezze.

—Vi partecipo,—disse infine il conte Prampero colla sua voce arida, secca,—ho l'onore di parteciparvi il matrimonio di mia figlia con nostro cugino, il marchese Alberto di Collalto.

Donna Lucrezia si alzò in piedi; prese tutte e due le mani del conte, se le strinse sul cuore, e cercò, cercò le parole che fossero proprio degne della circostanza; ma non trovò altro da dire che:—Le mie più vive... le mie più vivissime felicitazioni;—ed anche questo complimento banale le rimase strozzato per via del raffreddore.

Angelica, pallida pallida, abbassava intanto gli occhi azzurri, che avevano sempre un'espressione mesta, come di preghiera, e ch'ella non ardiva mai di tener alzati in volto a suo padre.

—Oh, ma che bella notizia, conte mio garbatissimo!... Che bella notizia!... È un connubio degno dell'Olimpo. È un... è un poema; un poema d'amore!... Ah, chini il capo, gioia mia?! Su, su, chè voglio vederti in tutta la tua felicità e voglio darti un altro bacio perchè m'hai proprio consolata! Hai portato la luce, la primavera; ecco, la primavera nel mio salotto giallo.