Ma la fanciulla non alzò il viso gentile e non ricambiò quel bacio; invece rispose con un tremito, un tremito angoscioso dell'anima sua, alla parola amore.
Donna Lucrezia, preso l'aire, non si fermava più. Portava fino al settimo cielo i meriti sommi dello sposo e la bellezza e le virtù della sposina, e passava in rassegna i più illustri parentadi successi nelle grandi case Bodoero, Collalto e Castelnovo, ma non riusciva a trovare "una coppia migliore (che migliore!) neppure da reggere al confronto col poema, proprio col poema, che formavano insieme suo cugino Alberto e sua cugina Angelica, dimodochè lei veniva ad essere, come per dire, cugina doppia di tutti e due!" E poi faceva gli occhietti dolci, e diventava rossa, fra le chiazze della cipria, figurandosi l'amore e la felicità dei fidanzati, e ritornava seria, impettita quando parlava della soddisfazione vivissima di tutto il parentado; e sdilinquiva dondolandosi sul canapè a proposito della gioia dei genitori. E tutto ciò senza un momento di respiro, come fosse una macchina montata: ora soffiandosi il naso, od asciugandosi gli occhi; ora baciando Angelica e premendosela al cuore; ora alzandosi all'improvviso per stringere un'altra volta la mano al conte Prampero; ed ora lagnandosi del freddo da Siberia, quantunque la sua rotonda fosse foderata d'astracan.
Angelica si sentiva oppressa. Aveva tentato d'interrompere Donna Lucrezia per chiederle notizie della piccola Mary, ma non le era stato possibile. Il conte, seccato, cominciava a fare il broncio, e aspettava impaziente che la figliuola lo guardasse un poco per farle cenno di accommiatarsi e di andar via.
Ma quel giorno doveva essere proprio tra i più felici della Balladoro. Quando già i suoi ospiti si erano alzati e stavano per salutarla, si udì nell'anticamera un'altra forte scampanellata ed entrò nel salotto la piccola Mary seguita dal professore Zodenigo, che avea voluto accompagnarla in persona a casa, per fare la sua visita del mercoledì.
Donna Lucrezia non capiva più nella pelle, gongolando di mostrarsi al caro poeta nel pieno splendore della sua illustre parentela. Essa era tanto confusa che tirava via la poltroncina al conte Prampero per offrirla al professore; poi, visto lo sbaglio, s'affrettava a cedere la propria e la spingeva innanzi, e in fine avrebbe voluto che tutti si mettessero a sedere sul canapè. Ma per altro, cessato appena quel primo sbalordimento, cominciò subito le presentazioni con un gesto ed un inchino cerimonioso.
—Il professore Eugenio Zodenigo, di Venezia!—Poi, chinandosi all'orecchio di Angelica, le disse a mezza voce:—È un celebre poeta!—e subito soggiunse più piano ancora, ma sempre coll'aria di metterla a parte di un altro grande pregio del professore:—Tisico spedito!—Quindi, a voce forte ripigliò:—Mia cugina la contessina Prampero di Castelnovo, che si fa sposa a mio cugino il marchese Alberto di Collalto, i quali, si diceva adesso, diventano, per questa bellissima unione, miei cugini due volte!... Il conte Prampero di Castelnovo, il padre, l'artefice di questo capolavoro di grazia e di bellezza!... Ma accomodatevi, cari miei: accomodatevi come potete. Il mio salottino giallo è un po' ristretto, ma c'è posto per tutti!
Il professore, col fare distratto e con un gran sussiego, salutò chinando il capo circondato da una zazzera enorme, che faceva sembrare il suo visetto ancora più piccolo e sparuto. Invece il conte Prampero, senza muoversi punto, si cacciò le lenti sul naso e cominciò a guardarlo coll'aria di chi sta a vedere una bestiola curiosa assai.
La Balladoro, da signora che sa ricevere, fece subito gli elogi del poeta, citando la lirica: Il Ponte dei Sospiri, e concludendo che appunto in occasione di quel fausto imeneo avrebbe dovuto inspirarsi per un'altra bella poesia da far epoca.
Il poeta, per mostrarsi disinvolto, si arricciava i baffettini incipienti, ma rimaneva muto e nel suo interno si sentiva un poco sconcertato. Capiva di non aver fatto alcuna impressione sull'animo della contessina di Castelnovo e già cominciava a meditare un canto libero contro la stoltezza dei blasoni.