Angelica si teneva abbracciata alla piccola Mary; discorreva, rideva con essa, e proprio non gli badava punto.
Il bel ricciolo nero, impomatato, che il poeta portava in mezzo alla fronte, come la foglia ripiegata di una arancia, e che veniva amorosamente imitato dalla sua padrona di casa, da Donna Lucrezia e dalla figliuola della portinaia, non otteneva nessuna ammirazione da parte della contessina. Essa era tutta affaccendata dietro alla cuginetta; le accarezzava i lunghi capelli ondati, e le baciava il viso gentile e delicato, non ancor bello, ma che prometteva di farsi tale, e che già inspirava simpatia. Anche la bimba aveva il suo povero nasino rosso, gonfio pel raffreddore, e le manucce screpolate dai geloni; però, come vergognandosi, le teneva nascoste sotto la mantellina, e guardava Angelica senza osare di toccarla, e rispondeva alle carezze di lei con uno sguardo affettuoso de' suoi occhi neri neri, che parevano ancora più grandi e profondi in quel viso palliduccio.
—Ma io lo pregherò tanto,—continuò donna Lucrezia insistendo sempre nel suo primo pensiero,—che te lo dovrà proprio fare, sai, Angelica, un bel sonetto.... Sì, sì, professore; glielo dovete fare. Già voi avete l'estro facile. Non siete come quegli sgobboni, santo cielo, che sudano tre giorni prima di trovare una rima!
Non c'era versi: bisognava risolversi e rispondere qualche cosa. Allora lo Zodenigo sospirando, crollando mestamente il capo e mangiando l'erre in un modo che gli faceva dire patia invece di patria e cetaa invece di cetra, mormorò che, "duante il lutto della patia l'esule cetaa imaneva muta."
Il conte Prampero tornò a mettersi le lenti sul naso e tornò a guardare fisso il poeta, mentre Angelica nascondeva il viso dietro la testina della Mary. Anche Donna Lucrezia sentì in quel momento che lo Zodenigo non veniva apprezzato secondo il merito, e però, per fargli onore, voleva ad ogni costo che la bimba si provasse a recitare una poesia del professore, Memorie e lacrime. Ma la bimba, a quell'invito, arrossiva e minacciava di fare i lucciconi, mentre lo Zodenigo con una vivacità che contrastava assai col fare dignitoso di prima:—Non pemetto! non pemetto!—gridò subito come spaventato:—non pemetto assolutamente!
—Modestia, professore; tutta modestia!—La Balladoro non si diede per vinta, e vedendo che la Mary faceva l'ostinata cominciò lei a recitare le prime strofe, senza lasciarsi intimorire dall'autore:
Io canterò. Su quell'avel ti siedi,
Su quell'avel ti sederò d'accanto:
—Smetta, Donna Luchezia, smetta! Sono fanciullaggini!—gridava lo Zodenigo facendosi sempre più rosso e tentando invano d'interrompere la Balladoro che continuava a declamare, dondolandosi:
Ai dì che fûro con la mente riedi;
Cerchiamo un delicato estro nel pian...
Ma finalmente uno sternuto e un po' di tosse vennero in aiuto del professore e le Memorie e lacrime finirono lì.