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IV.

Il signor Barbarò (i suoi dipendenti per andargli a genio lo chiamavano con questo nome, perchè da lui preferito), il signor Barbarò non nascondeva il disprezzo olimpico che sentiva per lo Sbornia.

"Figurarsi! Un ubriacone incretinito che voleva mettersi anche lui a fare l'Italia!... Non ne aveva buscate a dovere quando, insieme con quell'altro bel matto del Garibaldi, era corso a difendere la rep... pubblica Romana?" E nel pronunciare questa parolaccia, repubblica, il signor Barbarò, batteva doppio il pi, gonfiando le labbra e ghignando. "Allora, a Villa Corsini, gli era toccato un colpo di baionetta che per poco non lo mandava all'altro mondo, senza il passaporto! Ma la lezione non aveva giovato; lo Sbornia non era uomo: era un otre ripieno di vino e di acquavite!" E il Barbarò rimbrottava aspramente e teneva muso alla Veronica, perchè non sapeva comandare al marito. "Già, era sempre stata una fannullona non buona ad altro, che a mangiare e bere."

Tuttavia non bisogna credere che Pompeo ci si scalmanasse per affetto: oibò! Si arrabbiava e gridava perchè non volea perdere lo Sbornia che gli era divenuto più che mai necessario.

—Dove trovare un altro uomo di fiducia che fosse sicuro come il Micotti? Un altro bestione così ignorante e così devoto, onesto fino allo scrupolo verso il suo principale e nello stesso tempo pronto a sfidare anche la galera, pur di eseguire ciecamente un ordine ricevuto?

Lo Sbornia era bravissimo pei conti, e fuori dei conti non capiva un'acca: non parlava mai, discuteva ancora meno, e lasciava ragionare al padrone. No, no!... non si poteva trovarne un altro a meno di non farselo fare apposta dal Padre Eterno!... E le preziose doti che ornavano un tal uomo si erano svelate appunto anche in que' giorni coll'appalto delle forniture militari concluso a Verona, tra il feldmaresciallo Ignazio Teimer (per conto del governo austriaco) e la ditta Micotti e C. In quella circostanza poco mancò che lo Sbornia non fosse processato; e le truffe commesse dai fornitori furono così numerose e incredibili da diventare quasi leggendarie fra le gesta dei birbaccioni.

Il Barbarò, sempre tenendosi al sicuro dietro lo Sbornia, che egli faceva girare e muovere con lunghi fili, come i burattini, era riuscito a corrompere mediante raggiri e grosse mance alcuni impiegati addetti alle sussistenze militari; in tal modo le ruberie si commettevano a man salva e quel negozio delle forniture fruttò tesori alla ditta Micotti e C. Ma il rischio era tutto del Micotti e i quattrini entravano nelle tasche del compagno. Perciò premeva molto al principale di non perdere il suo gerente, e temendo che all'aprirsi della guerra coll'Austria egli volesse ritornare con Garibaldi, ogni volta che si trovavano insieme, si metteva a predicare contro gli esaltati, che rovinavano la famiglia per scappare in Piemonte a farsi bastonare.

È chiaro come la luce del sole: l'Austria lo sonerà ben bene l'esercito alleato! E l'uomo di proposito, caro mio, non dimentica mai che i primi e sacrosanti doveri sono verso la famiglia. Uno scapolo, può ancora fare il matto, se gli gira. Ma un padre di famiglia che si lascia attirare da simili pagliacciate?... Chè! Merita di essere impiccato, senza processo.

Un giorno, verso la fine di aprile del 1859, il Barbarò passando da Verona avea invitato a pranzo lo Sbornia alla Regina d'Ungheria, e in tutto il tempo non avea fatto altro che dir roba da chiodi dei volontari, di Garibaldi e del Re di Sardegna. Lo Sbornia, come al solito, rimaneva muto, a capo basso. Ma pure, certe volte, pareva distratto: disegnava sgorbi e cifre sul piatto con uno stecchino, e allontanava il bicchiere quando l'altro gli voleva versar da bere. Simili novità non isfuggivano punto all'occhio sagace del padrone il quale, perduta la pazienza, cominciò anche a minacciarlo direttamente: