Da questo fatto, per altro, parrebbe che il figliuolo del cuoco godesse di un certo credito al Vôlto dell'Arco Vecchio; e in parte la cosa era vera.

Sulle prime, quand'egli cominciò a perdere la salvatichezza e ad accompagnarsi co' suoi casigliani, questi stettero un po' titubanti, perchè vedendogli stillare il quattrino, dubitavano ne avesse pochi da spendere; ma poi, quando si accorsero che la sua era avarizia e non miseria, lo presero subito in una certa stima. Dietro le spalle gli davano dello spilorcio, e mettevano in burletta la sua grettezza, ma poi, sul muso, gli facevano tutti il bel bellino, se lo tenevano caro, gli pagavano da bere e volevano che prendesse parte alle loro festicciuole, quantunque sapessero che non era suo costume contraccambiare gl'inviti.

Pompeo, cominciando così ad accorgersi anche per scienza propria della verità del proverbio che: "chi ha è, e chi non ha non è," si attaccò vie più al danaro e ogni giorno sentiva crescere la bramosia, la febbre di diventar ricco; ma, sgraziatamente, il tesoretto non aumentava in proporzione dei desideri; ed egli vedendo che a quel modo avrebbe dovuto stentar tutta la vita senza costrutto, si addolorava e si avviliva e gli pareva adesso di essere anche più pitocco di prima, perchè il danaro è come il sapere: bisogna averne un poco, per capire di non averne punto.

La fretta stessa dell'arrivare gli metteva in corpo mille inquietudini che lo rendevano un po' incerto nella presa risoluzione e gli toglievano fiducia della buona riuscita. Anche i cari sogni della fantasia, appunto per esser sempre quelli e non altro, cominciarono a perdere delle loro attrattive. Egli si era già fabbricati in testa tanti palazzi da rifar mezza Milano, e ormai si era già date per amanti tutte le più belle signorine che incontrava per istrada; ma quando si chiudeva in camera e tornava a contare per la millesima volta i suoi danari s'avvedeva che sarebbero bastati appena per metter su bottega di tortelli!...

Co' suoi vecchi era diventato a poco a poco sempre più rapace e più scontroso; il suo umore bisbetico amareggiava gli ultimi giorni di quella povera gente. S'era messo in testa che il babbo e la mamma gli nascondessero il morto e però li tormentava in mille modi, parendogli che colla loro avarizia fossero di impedimento alla sua fortuna. Ma la verità era che la mamma aveva finito i quattrini; e da un'altra parte il cuoco Barbetta, per quanto affezionatissimo al figliuolo e condiscendente ai suoi capricci, doveva pure dar qualche cosa da mangiare ai padroni!...

Invaso dalla smania di arricchire e con mille ghiribizzi che gli frullavano nel cervello, Pompeo andò allora a consigliarsi, di sottecchi, or coll'uno, or coll'altro de' suoi amici. Ma i loro pareri non facevano per lui. Uno gl'insegnava la via di mettere il danaro a usura, in barba alla legge; un altro proponeva certe speculazioni colle quali, in un paio d'anni, si poteva raddoppiare il capitale: insomma, tutte chiacchiere!... Pompeo voleva centuplicarlo il suo danaro, e subito, e poi centuplicarlo ancora!

—Ah se quella gatta melliflua di Don Miao avesse voluto aiutarmi!—E il giovanotto avvezzo sempre a lavorare di fantasia, aveva finito con credere, come un articolo di fede, che Don Miao fosse proprio l'uomo dei miracoli; onde, rammaricandosi del contegno riserbato del vecchio, tanto più s'irritava contro l'avverso destino.

Come avevano fatto e come avevan cominciato coloro ch'eran riusciti ad acciuffar la fortuna?... Aveva sentito dire che bisognava essere audaci.... Ebbene, lui, nel caso, sarebbe stato pronto a tutto!... Che si doveva bandire gli scrupoli: e lui non ne aveva mai avuti!... Del resto, anche se fosse stato costretto a recar danno agli altri, una volta ricco avrebbe potuto riparare il male, e largamente!... Non era più il secolo delle pecore; ma bisognava farsi lupo, chè, a restar pecora, c'era da farsi mangiare, come l'orefice del Gobbo d'oro.... Dunque?... Ma già lui, che era la calamita delle disdette, sarebbe stato costretto a restar galantuomo per forza!

Con quella smania addosso, pur di fare qualche cosa, si lasciò vincere dalla tentazione, e una volta che i suoi compagni giocavano a sette e mezzo, domandò una carta.

Erano più e più sere che stava là chiuso in una stanzuccia d'un caffeino a vederli giuocare senza puntar mai. Stava vicino al tavolino allungando il collo e cacciando la testa fra le teste dei giocatori, tutto attento, assorto, fisso cogli occhi anche lui sulle carte. Intanto, colla mano in una tasca dei calzoni, faceva girare e rigirare una svanzica fra le dita convulse, senza mai osare di tirarla fuori. Ma per altro, fra sè, fingeva ad ogni partita d'averla puntata sulla carta di questo o di quell'altro giuocatore, e si rallegrava tutto, quando vedeva che avrebbe perduto; e, viceversa, si rodeva l'anima, quando vedeva che avrebbe vinto. Così, provava, senza arrischiar nulla, tutte le commozioni del gioco, e a quel modo passava le sere e gran parte delle notti.